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Cronisti israeliani espulsi vergogna a mezzo stampa

Dante Alighieri lo chiamava il colore «che fa l’uom di perdon tal volta degno». Ecco, noi giornalisti occidentali, noi cronisti italiani, noi sentinelle della libertà di stampa come amiamo pomposamente, retoricamente e un po’ ipocritamente definirci, dovremmo andare in giro rossi di vergogna chiedendo scusa ai nostri colleghi israeliani per la pavidità e la timidezza delle nostre reazioni alla loro espulsione dalla Federazione internazionale dei giornalisti. E sperare che ci perdonino.
Non se ne abbia il segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana, Franco Siddi, che sul Foglio (il primo quotidiano a sollevare la questione) parla di «incomprensioni» fra le due federazioni, quella israeliana e quella internazionale. Non c’è niente di incomprensibile. La motivazione addotta per il provvedimento è risibile: il mancato pagamento delle quote. Un’evidente scusa. Ma se fosse vera, sarebbe ancora più grave, perché ridurrebbe la difesa della libertà di espressione a un adempimento burocratico-associativo: ha diritto di essere tutelato solo chi ha il bollino.
Dietro questa espulsione c’è invece una forma grave e diffusa di pregiudizio nei confronti di un popolo. E non ci si venga a dire anche stavolta che la critica è alla politica del governo di Gerusalemme; i giornalisti espulsi non sono rappresentanti dell’esecutivo Netanyahu, sono cittadini israeliani. E’ troppo usare la parola antisemitismo? Dipende da quanto tempo ci vorrà prima che il provvedimento rientri. Ogni giorno che passa sarà una ragione in più per convincerci che, invece, è la parola giusta.

Il Riformista, 16 luglio 2009