Identità ebraica in scena. Intervista a Gioele Dix

Uno sguardo nuovo sull’identità ebraica. Al di là di quegli stereotipi che nell’immaginario collettivo si condensano in modo quasi inevitabile attorno ai temi della Shoah e del conflitto arabo israeliano. Sarà questa la cifra di contenuto e di stile, che, nell’intenzione del direttore artistico Gioele Dix, attore e autore teatrale, una delle voci più interessanti della scena italiana contemporanea, contraddistinguerà il primo Festival della cultura ebraica in Puglia. “In questa regione, che vanta antiche e illustri tracce d’ebraismo, vorrei fornire al pubblico alcune chiavi di lettura e conoscenza capaci di superare qualche luogo comune e di generare spunti diversi di riflessione. Il programma degli spettacoli si caratterizza dunque per la scelta di coinvolgere alcuni autori e interpreti italiani nella messa a fuoco, da differenti punti d’osservazione, delle principali tematiche dell’ebraismo contemporaneo”.
Gioele Dix, quale sarà la proposta artistica del Festival Negba?
Metteremo in scena alcune novità opera di autori che sono accomunati da una scrittura convincente e attuale. Ho voluto così evitare il clichè dei grandi nomi e le ritualità per offrire un panorama drammaturgico più interessante dal punto di vista teatrale. Il criterio è stato quello di privilegiare il teatro come forma d’interpretazione della realtà più che come descrizione. Se il linguaggio teatrale ha una forza è proprio nella sua possibilità di fornire nuove visioni e letture della realtà che ci circonda. I quattro spettacoli che compongono il festival vedranno dunque al centro la parola declinata attraverso diverse sfaccettature dell’identità ebraica.
Il programma artistico si apre domenica 6 a Trani con il tuo spettacolo “La Bibbia ha (quasi) sempre ragione”, incentrato sul tema delle radici e dell’identità ebraica. Un’apertura non casuale.
Questo spettacolo è stato il mio modo di affrontare questioni centrali per ciascuno di noi nella forma più vicina alla mia sensibilità e dunque in chiave comico ironica sperimentando un intreccio di generi e una poliedricità che credo si leghi bene al cosmopolitismo che contrassegna il mondo ebraico. Si tratta di una piéce che rimanda alla Bibbia e dunque a un patrimonio culturale fertilissimo di curiosità e di passioni condiviso dal mondo cristiano. Partire dalla Bibbia significa dunque tenere aperta la comunicazione con il mondo. Non solo. Il rapporto con la Torah è il paradigma che informa tutte le nostre vite, dal rapporto con il divino alle più minute abitudini quotidiane.
Un grande nome è però presente al festival ed è quello di Ottavia Piccolo che lunedì 7 a Lecce offrirà, insieme a Bebo Baldan, un recital in esclusiva intitolato “Ma che razza di mondo …”
Ottavia Piccolo coltiva da sempre un grande interesse per la cultura ebraica che qui trova un’espressione di grande fascino attraverso una serie di contributi letterari che spaziano da Brecht a Singer a Dorothy Parker. Questa grande interprete ci offrirà dunque una straordinaria testimonianza di una passione intellettuale di lunga data.
Vi è poi uno stereotipo rovesciato in “L’ultima lettera di Shylock” di Nicola Fano con Vittorio Viviani in scena mercoledì 9 a Lecce.
Si tratta di una provocazione teatrale che vede uno Shylock redivivo scrivere a Shakespeare contestandogli i pregiudizi a cui l’ha costretto per secoli. Si tratta di un testo molto divertente anche perché gioca, in modo pirandelliano, sull’autoreferenzialità del teatro.
La sezione teatrale si chiude il 10 settembre a Trani con i “I silenzi di Joe”, di Fabio Della Seta, con Elia Shilton.
Scoperto da André Ruth Shammah, quello di Della Seta è in testo che indaga con acume e sensibilità tutta ebraica il complesso tema del quotidiano dialogo che intratteniamo con l’Onnipotente. Nella finzione scenica domina il silenzio del divino che il protagonista legge però con ironia e fiducia anche quando si ritrova immerso nel dolore più profondo.

Daniela Gross