Redazione aperta – Siddi e Pahor fra giornalismo e letteratura
Ancora intense giornate di lavoro per la redazione del Portale dell’ebraismo italiano moked.it
Nella sede del Circolo della Stampa di Trieste e in un secondo momento alla Casa di riposo della Comunità ebraica di Trieste, si è svolto un incontro con Franco Siddi, segretario del sindacato dei giornalisti italiani Federazione nazionale della stampa e Carlo Muscatello, presidente dell’Associazione della Stampa del Friuli Venezia Giulia. Al centro della discussione la situazione dell’editoria italiana e le possibilità di accesso alla professione giornalistica. “È un fenomeno incontestabile che gli introiti pubblicitari e le vendite siano in calo più o meno per qualsiasi giornale e che ci sia un aumento consistente dei tagli di personale nelle redazioni” l’incipit del discorso di Muscatello. Ottenere un contratto a tempo indeterminato è spesso un’impresa, la precarizzazione del lavoro è un fenomeno sempre più diffuso. Il celebre motto “meglio fare il giornalista che lavorare” ha cambiato il suo significato ai giorni nostri. In questo difficile scenario, quali sono le speranze per i giovani che vogliono accedere alla professione? Il parere di Siddi: “Fare il giornalista è il sogno di molte persone. Ma non tutti riescono a diventarlo. In ogni caso, nonostante la situazione di crisi attuale, il futuro è dei giovani, soprattutto nell’informazione online. Chi meglio dei giovani ha dimestichezza con le nuove tecnologie? Mi aspetto cambiamenti in positivo nel giro di cinque anni”. Si è parlato anche di Israele, in relazione alla vicenda dell’espulsione della federazione israeliana dalla Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) “Massima disponibilità per il rientro della federazione israeliana nella Ifj” il messaggio distensivo del segretario.“La federazione israeliana è stata estromessa solamente perché non ha pagato la quota annua di iscrizione da quattro anni a questa parte. Non esiste nessun’altra motivazione alla base della decisione” Siddi ha ribadito che non si tratta di una decisione politica: “I giornalisti israeliani sono fra i più liberi al mondo. Talvolta sono più critici verso il loro governo dei giornalisti stranieri. Non bisogna fare l’errore di confondere le politiche degli stati con le politiche sindacali”.
In un locale sul Carso si è invece svolto l’incontro con Boris Pahor, scrittore triestino di etnia slovena. Lo scrittore, ostracizzato e ignorato in Italia fino a pochi anni fa, è salito alla ribalta nel nostro paese alla veneranda età di 95 anni con il libro Necropoli. Tema principale dei libri di Pahor è la persecuzione fascista nei confronti della minoranza slovena in Italia, un argomento di cui si parla pochissimo nella letteratura postbellica.
C’è un evento che ha segnato la vita di Pahor. Nel 1920 un gruppo di squadristi fascisti dà fuoco al Narodni Dom, il centro culturale della comunità slovena locale. Da quel momento inizia a crescere in lui la consapevolezza di fare parte di una minoranza la cui sopravvivenza è a rischio. “Le mie opere sono state e sono ancora uno strumento per il popolo sloveno nella lotta per l’affermazione della nostra identità. Troppe volte hanno cercato di annientarci, di bruciare i nostri centri culturali, di cancellare la nostra lingua. Da qualche anno a questa parte la Slovenia è una repubblica indipendente, ma non basta. I politici europei dovrebbero parlare chiaro del passato. Invece la barbarie del fascismo in Venezia Giulia è stata sempre taciuta e insabbiata dalla classe politica italiana dal dopoguerra a oggi.” Insabbiata dai politici, ma anche dagli editori. I libri di Pahor sono stati pubblicati in italiano solo dal 2008. Davvero una vergogna, visto che già da decenni gli erano tributati onori in quasi tutti i paesi europei (è stato insignito della Legion d’Onore, la massima onoreficenza francese, nel 2007 e più volte è stato candidato al Premio Nobel per la Letteratura). Pahor non è solo l’intellettuale di riferimento di una comunità, ma è anche un testimone oculare dei campi di concentramento. Fu infatti arrestato dai nazisti per aver fatto parte di un movimento partigiano sloveno e venne rinchiuso nel campo di Natzweiler-Struthof, in Alsazia. Necropoli parla di quei giorni e affronta un tema molto delicato: la difficoltà di parlare dell’esperienza dei campi con chi non l’ha vissuta. “È estremamente arduo. Viviamo in due dimensioni diverse. Chi ha subito le persecuzioni e chi è venuto dopo”, la pessimistica constatazione dello scrittore.
Pahor si rammarica che mondo ebraico italiano e minoranza slovena, accomunati da una storia di sofferenze e persecuzioni, non abbiano avuto la possibilità (o l’occasione) di conoscersi reciprocamente e conclude con un appello: ”Parlate anche di noi. Esiste una persecuzione che si è aggiunta a quella ebraica. Quella degli sloveni e di tanti altri popoili che sono stati dimenticati.”
Adam Smulevich