Redazione aperta – Fra ricerca scientifica e una cena a casa Treves con i giovani iraniani

Ospiti del professor Alessandro Treves (nella foto a fianco), insegnante del corso di dottorato di neuroscienze cognitive alla Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste (SISSA), due giovani studenti iraniani, Arash e Atena, condividono con la redazione del Portale dell’ebraismo italiano il loro appassionato punto di vista su quello che sta accadendo nella Repubblica islamica.
“I brogli sono una realtà assodata, ci sono troppi elementi che non tornano, in caso contrario non si spiegherebbe una reazione così forte da parte del regime“. I guardiani della rivoluzione probabilmente erano consapevoli che i brogli avrebbero avuto delle conseguenze sull’opinione pubblica, ma di certo non si aspettavano contestazioni di questa portata; non avevano calcolato che, negli ultimi decenni, le crescenti possibilità di accesso all’istruzione universitaria avevano orientato le nuove generazioni verso posizioni sempre più critiche nei confronti del regime. In Iran gli universitari sono andati a votare con la speranza di un rinnovamento, riconoscendo in Mussavi il candidato riformista con le maggiori possibilità di portare il cambiamento in un establishment conservatore, il fulcro intorno a cui si sarebbero concentrate le forze innovatrici. Speranza che si è scontrata con la volontà del regime di impedire questo mutamento con qualunque mezzo, a partire dal controllo sistematico dei media per arrivare all’utilizzo di una violenza immotivata.
Mentre nelle nostre televisioni scorrono le immagini della brutale repressione contro i contestatori, una domanda ha attraversato le coscienze di molti. L’Europa, il mondo, possono aiutare l’Iran? Possono fare qualcosa per contribuire alla risoluzione di una situazione che si fa ogni giorno più complicata? Atena ci pensa bene prima di rispondere. La domanda non è banale, e sia lei, che Arash, sono convinti che il popolo iraniano debba prima di tutto aiutare se stesso, ma c’è un punto che la ragazza tiene a sottolineare “C’è una questione su cui l’Europa, più ancora che gli Stati Uniti, può apportare un contributo importante: insistere sul rispetto dei diritti umani, che oggi nel paese sono drammaticamente calpestati. Anche Obama su questo aspetto non ha assunto una posizione forte, forse per non dare adito ad accuse di interferenza.” “Al regime non serve una scusa per accusare i leader occidentali di interferenza.” la interrompe Arash, “La realtà viene continuamente mistificata, c’è chi viene arrestato con l’accusa di aver bevuto alcolici, per avere in mano una bottiglia d’acqua. I diritti umani sono un terreno scivoloso, il vero strumento per colpire il regime sarebbe l’interruzione dei rapporti economici con l’Iran da parte di tutti i suoi partner occidentali”. Anche se poi entrambi i giovani concordano che è difficile che questo possa accadere in realtà, “andrebbe contro l’interesse di troppi”. Poi entrano in gioco ragioni di orgoglio nazionale, che, secondo loro, giocano un ruolo cruciale anche nella questione del nucleare. “Penso che la maggior parte della popolazione iraniana rimanga contraria all’idea di attaccare Israele come continua ad auspicare Ahmadinejad, ma probabilmente se domandassimo loro quanti vogliono il nucleare, avremmo una netta maggioranza a favore.” spiega ancora Atena, “perché pensano che solo così il paese potrà rendersi del tutto indipendente dal punto di vista energetico e raggiungere uno status di potenza pari a quello dei molti altri stati che ne sono dotati. Dobbiamo anche considerare che in Iran una larga parte della gente rimane a un bassissimo livello di istruzione e perciò del tutto esposta all’influenza del regime, tanto sul nucleare, quanto nei sentimenti di ostilità verso Israele. Ma io sono convinta che nel momento in cui ci sarà un governo diverso e la politica comincerà a cambiare, anche le posizioni del popolo cambieranno.”

Esiste un modo per sconfiggere il pregiudizio razziale? Questo il tema dell’incontro con un’altra docente della Sissa, la professoressa Raffaella Rumiati (nella foto a fianco), responsabile del settore di neuroscienze cognitive, che analizza il problema da un punto di vista scientifico.
La Psicologia sociale pone particolare attenzione alla differenza tra giudizi impliciti cioè inconsapevoli, e giudizi espliciti, mediati dalla riflessione. Da tempo è infatti nota agli psicologi la tendenza a mostrare, a livello inconscio, una reazione negativa nei confronti dei membri di un gruppo etnico diverso da quello a cui apparteniamo noi. La Neuroscienza, dal canto suo, consente di indagare tale fenomeno in laboratorio e di scoprire quali siano i meccanismi neurali che intervengono in questi giudizi, innati, ma non per questo inevitabili.
I ricercatori hanno localizzato nell’Amigdala, nucleo di sostanza grigia facente parte del lobo temporale, la sede del giudizio implicito. In uno studio del 2000, Elizabeth Phelps e collaboratori hanno cercato di identificare i correlati cerebrali dei pregiudizi razziali impliciti di donne e uomini europeo-americani nei confronti degli afro-americani. Presentando loro immagini di volti afroamericani e caucasici, è stato dimostrato come, a livello implicito, i pregiudizi siano diffusi, mentre tali pregiudizi non si ripetono a livello esplicito, nel momento in cui i soggetti studiati hanno modo di mettere in atto una sorta di meccanismo di autocensura di pensieri, che sono stati educati a considerare scorretti. Tale risultato cambia totalmente se alle fotografie di afroamericani sconosciuti vengono sostituite immagini di personaggi caratterizzati da un’ampia riconoscibilità sociale. La scienza ci conferma quindi un dato importante: la familiarità con il diverso, la sua riconoscibilità sociale, riescono a indebolire il pregiudizio.
La redazione ha poi incontrato il professor Claudio Luzzatti, neuroscienziato dell’Università Bicocca di Milano, dando così un seguito alla lezione della scorsa settimana a proposito delle teorie cognitive.
Nulla sarebbe comunicabile col mezzo scritto tra gli uomini se questi non fossero in grado di rielaborare, alla luce delle pregresse conoscenze lessicali e ortografiche, gli input sensoriali ricevuti dall’esterno. È quindi importante, per chi scrive, avere delle conoscenze, anche se elementari, dei meccanismi mentali che sono alla base delle abilità linguistiche specificamente umane. L’attenzione è rivolta in particolare allo studio dell’interazione di facoltà sensoriali e cognitive, condizione indispensabile a consentire la scrittura e la lettura. È solo il vaglio del sistema cognitivo che conferisce senso alle nostre conversioni fonologiche o ortografiche, e che in ultima analisi è condizione necessaria di ogni forma di comunicazione.

Michael Calimani, Manuel Disegni, Valerio Mieli e Rossella Tercatin