Redazione aperta – Due storici italiani tra cultura ebraica e giornalismo

Giornalismo e storia. In che modo hanno a che fare queste due discipline apparentemente così distanti? Ne discutono in un afoso pomeriggio triestino i componenti della nascente redazione dell’Unione insieme a due celebri storici italiani, Anna Foa e Giacomo Todeschini (nella foto in alto), rispettivamente docenti di storia moderna alla Sapienza di Roma e di storia medievale all’Università degli studi di Trieste. Entrambi sono notoriamente esperti di storia dell’ebraismo, la prima nostra preziosa collaboratrice, il secondo redattore del capitolo dedicato al popolo ebraico nell’ambito dell’enciclopedica opera sulla cultura italiana edita recentemente dalla Utet a cura del genetista Luigi Luca Cavalli Sforza.
Una conoscenza approfondita della storia, qualunque sia il campo di applicazione, lungi dal consentire solamente compiaciuti sfoggi di erudizione, sottolineano i due storici, appare un potente strumento della lotta al pregiudizio, immancabile e indelebile macchia di ogni cultura. La capacità di “reperire la data di nascita di un’idea, di un concetto, di uno stereotipo o di un’ideologia significa storicizzare tale concezione”, e quindi relativizzarla.
Circoscrivendola nel suo preciso contesto storico, riconducendola all’interno dei suoi limiti culturali e comprendendone le cause sociali, c’impossessiamo dunque dell’unico strumento in grado di sfatarne la pretesa assolutezza o ‘naturalità’, e al contempo di “svelarne l’anacronismo e l’inadeguatezza”. In buona sostanza nessuno più di uno storico ha le competenze per delegittimare in maniera critica un pregiudizio o un’ingiustificata “sopravvivenza culturale”.
C’è un senso, dice Todeschini, in cui “si può dire che tutto è storia”: anche un articolo di giornale è a suo modo un’interpretazione di un dato momento della realtà sociale. Perciò “nessun giornalista serio può prescindere da un confronto con la storia, con la storia del linguaggio che utilizza e con quella della situazione che analizza”.
Ai due professori viene proposta la questione sollevata in parte già da Rav Riccardo Di Segni e da Rav Benedetto Carucci Viterbi, per cui la cultura ebraica sarebbe vittima di un eccessivo storicismo. Segnalavano infatti i Rabanim un’esigenza ossessiva della cultura ebraica contemporanea di fare riferimento alle vicissitudini passate, in particolare alla Shoah, interpretando ciò come sintomo di un’”identità patologica”, dell’incapacità di riflettere compiutamente sul proprio presente e soprattutto sul proprio futuro.
Se è vero, dicono i due storici, che “noi siamo la nostra storia”, che la nostra identità è inevitabilmente determinata dal nostro trascorso, è altresì “sbagliato e pericolosissimo identificare la storia dell’ebraismo con la storia dell’antisemitismo”. Significherebbe “metastoricizzare l’ebraismo”, cioè rendere il popolo ebraico un soggetto al di sopra o al di fuori della storia, considerarlo come sempre uguale a se stesso, oggi come al tempo di Avraham, immutabile. Gli ebrei in realtà sono stati sempre un soggetto profondamente calato all’interno della storia, gruppo vitale e in continua trasformazione, veri protagonisti del progresso delle società con cui e in cui hanno vissuto. Negare questo è negare ogni positività alla cultura ebraica. “Questo è antisemitismo”, dicono, anche quando si ammanta di pietismo come spesso accade nella cultura cattolica. È quindi vero che l’identità ebraica è oggigiorno pericolante, ma tentare di agganciarla alla Shoah e alle millenarie persecuzioni non può che aggravare questa condizione. E si badi che tale tendenza va combattuta su due fronti: quello interno e quello esterno (prevalentemente cattolico/occidentale).
Non per questo però si deve incorrere nell’errore opposto, quello di legare l’identità ebraica solamente alla religione, dice Anna Foa. C’è tutto un mondo laico all’interno dell’ebraismo da non sottovalutare: dimenticare l’importanza di questa cultura sarebbe un’omissione storica imperdonabile. E qui gli esempi si sprecano. Viene ricordato il fondamentale contributo degli ebrei al pensiero filosofico, teologico, scientifico, sociale e politico (Todeschini nota che gli ebrei furono tra i primi a negare la sacralità del potere temporale). Ma si potrebbe proseguire con la letteratura, la gastronomia , il cinema…. È questa l’essenza positiva della cultura ebraica.

Manuel Disegni