Redazione aperta – Governare le città, il sindaco di Trieste con la redazione ebraica
La splendida Sala Azzurra del Palazzo municipale di Trieste fa da cornice all’incontro tra la redazione e il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, al termine della conferenza stampa di presentazione della Giornata della cultura ebraica. Roberto Dipiazza è un uomo che gode di grande popolarità tra la popolazione triestina per il suo pragmatismo e le sue capacità comunicative. Si è sempre impegnato per il dialogo tra le varie minoranze della città e il risultato è una città coesa e concentrata serenamente nello sviluppo economico e sociale.
Dottor Dipiazza, cosa significa essere sindaco di Trieste?
È un grandissimo onore. Trieste è una città straordinaria, meravigliosa, di cui ci si innamora a prima vista. Abbiamo il Carso alle spalle e un mare bellissimo di fronte. Siamo in testa alle classifiche della qualità della vita delle città italiane. Primi nei trasporti, nei depositi bancari e in tanti altri parametri. I triestini non possono però dimenticare il loro terribile passato. Nel 1953, l’anno in cui sono nato, c’erano ancora tantissime persone che morivano per la questione dell’”italianità” di Trieste. Piazza dell’Unità è una della più belle piazze italiane, ma a pochi chilometri da qua si trova la Risiera di San Sabba, un luogo terribile. Senza dimenticare il dramma delle foibe.
Il tema della Giornata della Cultura è l’accoglienza. Trieste viene spesso definita “laboratorio di convivenza” oppure “capitale delle minoranze”.
Qual è il segreto della multiculturalità di questa città, mentre nel resto del paese infuria una polemica fortissima sull’accettazione o meno di un modello multiculturale per la nostra società?
Nessun segreto. Qui attuiamo una politica di mediazione invece che di contrapposizione. Non è facile, vista la grande quantità di gruppi etnici e religiosi che vivono nel territorio, ma è l’unico modo affinché il passato non si ripeta. Il nostro impegno in tal senso è costante. Riguardo al fenomeno dell’immigrazione poi, a Trieste non facciamo come in gran parte d’Italia dove, sotto la maschera di una finta accoglienza, vengono sfruttate indegnamente milioni persone. Noi aiutiamo veramente gli immigrati a trovare una casa e un lavoro. Chi viene da fuori è una risorsa, un valore aggiunto, non un nemico. In città lavorano 15000 serbi che sono ben integrati col resto della popolazione. Succede lo stesso anche nelle altre città italiane?
Trieste potrebbe essere un modello di riferimento per molte città italiane, eppure si ha la sensazione che non abbia molta visibilità a livello nazionale. Come mai?
È solo una questione economica, come gran parte delle cose a questo mondo. Trieste una volta era il grande mercato dell’Europa dell’Est. Migliaia di persone venivano dalla Jugoslavia e dall’Europa Orientale a comprare prodotti che non trovavano nel loro paese. Adesso, con la globalizzazione, Trieste ha perso questa funzione. Stiamo comunque cercando di ripartire, coinvolgendo nei nostri progetti anche i paesi vicini, in particolar modo Slovenia e Croazia.
Qual è stato il momento più emozionante della sua esperienza di sindaco?
Sicuramente quando è stato abbattuto il confine tra Italia e Slovenia il 21 Dicembre 2007.
Mi sono battuto tanto perché ciò avvenisse.È stata una sensazione incredibile, una forma di libertà straordinaria difficile da comprendere se non si vive in una città di confine.
Adam Smulevich