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Nella giornata del 9 di Av la redazione del Portale dell’ebraismo italiano ha visitato la Risiera di San Sabba, situata in un rione di Trieste, l’unico campo di sterminio presente sul territorio del Paese.
Alla Risiera si arriva percorrendo le strade cittadine senza la necessità di allontanarsi dall’abitato. Non ci sono separazioi fisiche fra quel luogo di morte e la vita della città. Alla struttura si accede attraverso un corridoio tra alte pareti di cemento. Un soffocante corridoio a cielo aperto, realizzato dall’architetto Romano Boico, ideatore del progetto di ristrutturazione del campo del 1975. Nella sua fisionomia attuale, molti edifici non ci sono più, compreso quello che ospitava il forno crematorio e le strutture in cui i prigionieri venivano uccisi. Negli anni ’50 la Risiera, che prima della guerra era stata una fabbrica per la lavorazione del riso e poi una caserma, fu riconvertita in campo profughi. Solo uno spazio non fu toccato, quello delle celle. Diciassette stanzette dalle dimensioni di uno sgabuzzino, in cui venivano rinchiusi i prigionieri destinati a essere torturati per ottenere informazioni, e poi eliminati in fretta. Ore, giorni, che a volte diventavano mesi, in cui ogni momento del giorno e della notte poteva essere l’ultimo. La maggior parte degli ebrei invece passava da qui per essere deportata altrove, di solito ad Auschwitz.
La visita alla Risiera ha costituito per la redazione anche un momento importante per approfondire alcuni temi trattati nei giorni precedenti. Dopo averne discusso con molti ospiti, tra cui Rav Riccardo Di Segni e Rav Benedetto Carucci Viterbi, gli storici Anna Foa e Massimo Todeschini, lo scrittore Boris Pahor, si dibatte ancora una volta di Shoah e di memoria con Donatella Di Cesare, docente di filosofia all’Università La Sapienza, e con lo storico triestino Marco Coslovich, autore di diversi libri e documentari sul tema.
Coslovich si concentra prima di tutto sul ruolo della testimonianza orale nella storia, e racconta la sua raccolta delle memorie di oltre settanta sopravvissuti nel documentario “Gli anni negati” (Trieste, 2004).
“Penso sia fondamentale costruire con il testimone un legame umano – racconta – non si può ritenere che la persona davanti a te sia solo uno strumento da cui estrarre le informazioni che ti interessano. Durante le riprese del documentario ho incontrato molte donne, ormai anziane, che hanno accettato di parlare per la prima volta, dopo aver taciuto tutta la vita per paura di non essere credute o riaccettate dalla società. Ora posso dire di sentirmi figlio di tutte loro.”
Uno storico che svolge questo tipo di lavoro deve essere anche capace, secondo Coslovich, di azzerare ogni volta quello che già sa dell’argomento. In caso contrario correrebbe il rischio di assuefarsi alle storie di sofferenza che ascolta, cosa che gli impedirebbe di entrare in contatto con le persone, e quindi di raccogliere nel modo giusto la loro testimonianza.
“Il mio sogno – conclude – è quello di registrare su supporti informatici tutto il materiale che ho raccolto e metterlo a disposizione su internet, in un archivio consultabile da tutti”.
Sulla questione di quale sia il modo giusto per ricordare la Shoah e trasmetterne memoria, Coslovich si confronta anche con la professoressa Di Cesare.
Tema molto discusso, soprattutto dopo l’istituzione del Giorno della Memoria, è il rischio di banalizzazione nel trattare la Shoah, nonchè quello di stimolare un eccesso di retorica e superficialità.
“Probabilmente è vero che oggi l’informazione sulla Shoah non è sempre di ottima qualità – spiega la docente – Ho la possibilità di fare il confronto con l’esperienza tedesca. In Germania il Giorno della Memoria esiste solo sulla carta. Le pochissime iniziative, sempre calate dall’alto, rimangono deserte. Gli episodi di antisemitismo si moltiplicano, mentre i ragazzi nelle scuole sono sottoposti a un vero lavaggio di coscienza, per sollevarli dal sentirsi responsabili delle colpe dei loro padri”. Partendo da questi presupposti diventa evidente, secondo lei, che superare tutto questo, come sta lentamente avvenendo in Italia, risulta fondamentale, anche a costo di cadere nella retorica.
“È anche necessario distinguere i ruoli – conclude la professoressa – Lavorare sulle fonti e descriverle in modo asciutto è il compito dello storico. Per raggiungere il grande pubblico forse può essere più funzionale un film come La vita è bella. Il pericolo più grande è che non si parli di Auschwitz, per timore di non parlarne nel modo giusto. Nulla è più temibile del silenzio”.
Rossella Tercatin