La drammatica storia di Maria Rosa Romegialli, una sopravvissuta dei campi di sterminio
Una storia incredibile, degna di essere raccontata in un film (per il momento è stato realizzato un documentario, che andrà in onda su un canale televisivo svizzero), quella di Maria Rosa Romegialli, l’unica neonata italiana sopravvissuta ai lager nazisti. La madre di Maria Rosa, Augusta, era una partigiana di Morbegno, località della Valtellina vicina al confine svizzero, che aiutava i perseguitati politici a scappare in territorio elvetico. Una giornata di ottobre del 1943 viene arrestata da alcuni militari fascisti, ai quali era giunta voce della sua attività clandestina. Rinchiusa in un carro bestiame, è mandata prima ad Auschwitz, poi a Dachau. Durante il trasferimento tra i due campi di concentramento un ufficiale della SS la rinchiude in uno scompartimento e la violenta. Augusta è una donna forte e, ripresasi dalla disperazione iniziale, non si lascia sopraffare dall’angoscia, che le sarebbe fatale nel campo di concentramento. Quando si rende conto di essere incinta poi, scatta in lei una molla che la spinge ancora di più a resistere. Vuole mettere al mondo a tutti i costi il frutto di quella violenza. La sua creatura dovrà sopravvivere alla guerra e si chiamerà “Natolibero” (in realtà nascerà una femmina e Augusta sceglierà per lei il nome di Maria Rosa), per simboleggiare il desiderio di libertà che vince sulla prigionia e sulla morte. Grazie alla buona conoscenza del tedesco e all’appoggio di alcuni capi del campo, ai quali racconta la sua storia, viene mandata a lavorare nelle cucine del sottocampo di Graz Steiemark, meno duro rispetto a Dachau. Arriva il marzo del 1945 e Augusta è pronta per partorire, quando dal cielo cominciano a piovere le bombe degli Alleati. La donna non perde la lucidità e, facendosi aiutare da un’infermiera, partorisce nel piazzale dell’ospedale. Sente che la libertà è vicina e, approfittando della confusione, decide di scappare verso l’Italia con la bambina, avvolta in una coperta invernale. A metà strada un altro bombardamento la coglie di sorpresa. Si rifugia allora nella cattedrale di Villach, dove battezza la figlia con il nome di Maria Rosa. Riesce, dopo altre peripezie, a tornare a Morbegno, dove pensa che la sua odissea personale sia terminata. Si sbaglia. I suoi familiari non riescono a tollerare l’idea che abbia avuto una figlia “illegittima” da un nazista e, dopo averle sottratto la bimba, le fanno sapere che non sarebbe più stata gradita nella loro abitazione. Augusta, in preda ad un attacco nervoso, scappa a Milano. Nel capoluogo lombardo viene rinchiusa in un manicomio, dove morirà qualche anno dopo a causa di un elettroshock. Nel frattempo Maria Rosa è stata affidata a una coppia di coniugi del luogo, che si prende cura di lei amorevolmente. Cresce spensieratamente, ignorando che quelli che chiama “mamma” e “papà” non sono i suoi genitori naturali. Un giorno, all’età di dodici anni, scopre, tramite terzi, la verità sulla sua storia familiare. La scoperta le provoca una grande angoscia, che arriva a toglierle il sonno. Una grande speranza le dà la forza per andare avanti: ricomporre il puzzle della sua famiglia e riabbracciare i suoi cinque fratelli, nati dal matrimonio di Augusta con Franco, morto di tubercolosi mentre la moglie si trovava ad Auschwitz. Ci riuscirà solo nel 1994, dopo quasi quaranta anni di ricerche.
Da quel momento Maria Rosa si rende conto dell’importanza di raccontare la sua storia al mondo esterno. Una storia dove il desiderio di libertà e la determinazione vincono la guerra e la violenza.
Scrive un libro, “Natolibero”, e crea un sito web, www.mariarosaromegialli.it, entrambi dedicati alla memoria della madre. Ultimamente ha iniziato a partecipare a incontri nelle scuole e nelle università, soprattutto in Lombardia. Portare avanti il ricordo dei bambini morti nei lager, quasi due milioni di vittime e solo due neonate sopravvissute, la sua missione.
Adam Smulevich