Mantova letteratura – Claude Lanzmann, Avraham Burg, David Bidussa e Arrigo Levi per il gran finale

Si è conclusa con una travolgente affermazione di presenze la tredicesima edizione del Festival della Letteratura di Mantova. Un grande successo di pubblico, oltre novantamila persone hanno partecipato agli eventi organizzati in alcune delle location più suggestive della deliziosa città lombarda, e una grande occasione per riflettere su alcune tematiche fondamentali (dalla bioetica alla libertà di stampa) con alcuni prestigiosi relatori, molti dei quali espressioni del mondo ebraico, italiano e non solo. Una dimostrazione ulteriore della grande influenza che questa piccola e testarda minoranza ha sul pensiero moderno occidentale.

La via oltre il sionismo di Avraham Burg
È Avraham Burg, ex speaker della Knesset, il Parlamento israeliano, ad aprire l’ultima giornata di incontri. Un personaggio sul quale si è molto discusso, in Israele e non solo, a causa della sua visione molto critica nei confronti dell’ideologia sionista. Durante l’incontro col pubblico mantovano, avvenuto in una sala del cinema Ariston e mediato dal giornalista Meron Rapoport, Burg ha espresso il desiderio che la società israeliana ed i valori che ne sono attualmente alla base vengano ripensati. “Dalla leadership etica dei pionieri del sionismo e dei ‘padri della patria’ si è passati ad un governo oppressivo ed ingiusto”, il pensiero del parlamentare laburista, che approfitta delle domande che gli vengono poste dal pubblico per raccontare in poche parole la storia del popolo ebraico, sottolineando come non solo di comunità religiosa, ma soprattutto di etnia con una propria cultura si tratti. “Un popolo che desidererebbe vivere da solo in Terra Santa, ma che si deve rendere umilmente conto al più presto che dovrà convivere con gli arabi. Non c’è altra soluzione”, questo il concetto alla base delle riflessioni di Burg, che si scaglia contro il razzismo e l’indifferenza della società israeliana nei confronti della popolazione palestinese. Opinioni personali ma che verranno sicuramente strumentalizzate da chi cerca un qualsiasi pretesto per attaccare un paese dove libertà di stampa e di espressione sono i due cardini più solidi del suo funzionamento democratico

David Bidussa: “Gli storici devono fare un bagno di umiltà”
L’onore di chiudere la rassegna “Annali di Storia”, un ciclo di eventi che ha dimostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, l’utilità della Storia per analizzare e interpretare il presente, spetta a David Bidussa, storico sociale delle idee che lavora alla Fondazione Feltrinelli di Milano. Nell’incontro di ieri si è parlato del ruolo dello storico e dalla sua presunta oggettività, soprattutto in relazione a questioni che hanno causato grandi dibattiti politici (e non solo) in Italia, come il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e la stagione del terrorismo, sia rosso che nero, che ha attraversato il nostro paese fino a non molto tempo fa. La critica che Bidussa rivolge agli storici moderni è molto forte: “È un errore pensare che gli storici raccontino sempre i fatti così come sono in realtà”. La verità oggettiva non esiste e non è pensabile che qualcuno ce la possa raccontare, quantomeno gli storici, che nel descrivere gli eventi sono influenzati da troppe variabili. Idee, sensazioni, emozioni e ricordi, oltre all’impossibilità di accedere ad alcune informazioni, magari protette dalla privacy, sono la garanzia della non oggettività, questo il Bidussa-pensiero. “Gli storici dovrebbero occuparsi della ricostruzione del senso della storia, che è ben diverso dalla verità assoluta”, sottolinea , “ma dovrebbero prima di tutto fare un’analisi serena dei propri limiti e smetterla con questo delirio di onnipotenza”. La verità, secondo lo storico livornese, dovrebbe essere comunque qualcosa a cui tendere, ma non dovrebbe essere dettata dalla classe politica, come invece spesso succede. “Basta pensare all’impropria equiparazione dei morti della Resistenza e dei ‘repubblichini’ di Salò”, la sua amara conclusione.

Arrigo Levi: tra vita e giornalismo
La Chiesa di San Maurizio ha fatto da palcoscenico ad uno degli eventi più interessanti del pomeriggio, quello con Arrigo Levi, uno dei più grandi giornalisti italiani del Novecento. Stimolato e punzecchiato durante tutto l’incontro da Riccardo Chiaberge, firma del Sole 24 Ore, Levi ha definito se stesso “un modenese che è andato in giro il mondo”, prima in Argentina per fuggire dal fascismo, poi in Israele come volontario nell’esercito ed infine a Londra e Mosca come corrispondente. Levi ha approfondito alcune delle fasi più significative della sua vita, soprattutto in relazione alla sua identità ebraica: “È incredibile come cinque secoli, da tanto tempo la mia famiglia si era stabilita nel modenese, non siano bastati ad essere considerati cittadini della nostra patria. Questo è quello che hanno dimostrato le leggi razziali”. L’amara riflessione è uno spunto per una considerazione sulla presunta “normalità” di alcune società civili: “Talvolta, quelle che sono considerate come tali, in realtà si trovano su un crinale invisibile verso la follia”. Inevitabile il riferimento anche alla degenerazione della Germania, prima patria di Goethe e poi terreno fertile per la nascita dell’ideologia nazista. La domanda successiva è su Israele. A Chiaberge che gli chiede perché si arruolò come volontario nell’esercito israeliano per combattere nella Guerra d’indipendenza del 1948, Levi risponde: “Essendo sopravvissuto alle persecuzioni ho sentito un dovere morale verso i cinquecentomila ebrei che si trovavano là, sui quali pendeva la minaccia araba, piuttosto realistica, di essere tutti sterminati”. La conversazione si sposta poi su un tema molto attuale, quello dell’immigrazione. Per riassumere il pensiero di Levi basta forse questa significativa affermazione: “Se volete bene ad un cane, perché avete difficoltà a volere bene ad un rumeno?”.

Claude Lanzmann, regista di “Shoah”, chiude il Festival della Letteratura
L’ultimo incontro del Festival è dedicato a Claude Lanzmann, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico francese, e si svolge nel cortile del Palazzo di San Sebastiano. Lanzmann, uno dei personaggi più straordinari di questo secolo, partigiano, sostenitore di Israele e amico di Simone de Beauvoir e Sartre, racconta al pubblico mantovano come è nato il suo capolavoro, “Shoah”, pellicola prodotta nel 1985 dopo dodici anni di intenso lavoro e passione. Un’opera di assoluta importanza storica e di enorme impatto emotivo. Il ricordo avviene non senza polemizzare nei confronti di chi si occupò della doppiatura in italiano del suo film: “Per amore di questo film e dell’Italia ho accettato cose che non avrei mai accettato. Nella vostra traduzione vittime, camefici e contadini polacchi che vivevano accanto ai campi di sterminio sono stati doppiati tutti dalla stessa voce. Mi sembra una cosa assurda”. Il rammarico di Lanzmann aumenta quando, interpellando direttamente il pubblico, si rende conto che ben pochi dei presenti hanno visto il suo film. Fa allora notare che, all’ingresso della sala, è possibile acquistare “Shoah”, insieme a “Pourquoi Israel” e “Tsahal”, gli altri due capitoli della trilogia che lo hanno reso celebre nel mondo. Molte persone, finita la conferenza, colmeranno la loro lacuna.

Adam Smulevich