Qui Milano – Identità e dialogo: comunità a confronto

Chi sono i lontani? Chi sono i vicini? Lontani solo dalla Comunità? O dalla vita ebraica? Dalla religione? Dall’identità?. Sono stati tanti i temi di cui il dibattito nella scuola ebraica milanese “Quale futuro per la Comunità: rapporto tra Istituzioni e iscritti, vicini e lontani” si è occupato. Questioni spinose, centrali per il futuro dell’ebraismo italiano e milanese, considerando che oltre la metà degli iscritti alle comunità ebraiche italiane che si sono persi dal 1975 ad oggi, sono a Milano.
Interrogativi che spesso in passato le discussioni pubbliche hanno schivato, perché mettono in gioco sensibilità e visioni dell’ebraismo diverse da cui, in una Comunità eterogenea come quella milanese, scaturiscono forti tensioni che si preferisce evitare di far emergere.
Grazie all’iniziativa di Yoram Ortona, consigliere Ucei, e assessore alla Comunicazione della Comunità di Milano, e di Riccardo Hofmann, delegato Ucei alla questione dei lontani, questa serata ha consentito di mettere sul piatto i problemi in gioco, e di parlarne a viso aperto, mantenendo un clima di rispetto, in uno sforzo molto apprezzato dai numerosissimi presenti.
Le musiche del cantante israeliano Idan Raichel, e il loro messaggio di unità e di conoscenza reciproca, hanno accolto il pubblico, che ha riempito in gran numero la sala.
Moderatore del dibattito, Ortona, che ha presentato con lo stile accattivante talk show, tema dell’incontro e ospiti con background e ruoli molto diversi in seno all’ebraismo italiano, per una pluralità di punti di vista.

Il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna ha aperto gli interventi, soffermandosi a lungo su una tabella proiettata in sala, che mostra la diminuzione degli ebrei in tutte le comunità dal 1975 a oggi, per una media nazionale di – 22,19% iscritti. Escludendo Roma, città in parte risparmiata, e Milano, che nonostante la netta diminuzione è rimasta una Comunità relativamente numerosa, Gattegna ha posto l’accento sulla drammatica situazione delle piccole comunità. “In molti casi siamo ormai sotto la soglia minima necessaria a garantire il ricambio generazionale – ha spiegato – Per questo diventa importante uscire dalle logiche di isolamento dell’ebraismo di ogni città, e cominciare a ragionare in termini sistematici. Unire sforzi e risorse, in primis umane, per iniziative che coinvolgano la gente di tante comunità. Oggi abbiamo anche la possibilità di mettere in campo maggiori risorse rispetto al passato, grazie ai proventi dell’8×1000. Per affrontare il problema dei lontani vorremmo mettere in campo una struttura, composta da professionisti, volontari, rabbini, che possa dare ascolto a coloro che vogliono riavvicinarsi.” Per compiere questo percorso – ha aggiunto Gattegna – dobbiamo imparare a dialogare anche con quella community formata da decine di migliaia di italiani che non sono ebrei ma che ci sono vicini”.
A fornire una fotografia della Comunità di Milano da un punto di vista sociologico è invece Joseph Sassoon, utilizzando le teorie del professor Talcott Parson (1902–1979). “Siamo tutti a conoscenza degli scossoni che la Comunità ha subito in questi ultimi anni, dal punto di vista politico, economico, normativo e valoriale – ha illustrato – e il fatto che nella nostra città siano presenti tanti gruppi diversi, rappresenta una grande ricchezza, ma ci rende deboli nel momento in cui questi restano chiusi tra di loro senza produrre progetti comuni”. Le difficoltà che in questa prospettiva deve affrontare Milano sono state sottolineate anche da molti interventi del pubblico, dove qualcuno ha polemizzato sull’assenza dei rappresentanti di alcune comunità nella comunità, come quella libanese, persiana, i Chabad, oltre che sul numero di scuole ebraiche, e di sinagoghe, senza una collaborazione reciproca di alcun genere.
Sulla necessità di collaborare, ma non solo a livello di gruppi, ma anche di singoli, si è soffermato rav Roberto Colombo, direttore di Kesher, organizzazione che si occupa proprio di offrire incontri legati all’ebraismo, e alla cultura ebraica, per avvicinare persone che non sono mai state partecipi della vita della Comunità.
“Per coinvolgere gli ebrei lontani sarebbe importante parlare con queste persone una a una, dare loro onore e in questo modo, vi garantisco, saranno pochi a restare indifferenti. Per farlo tuttavia è necessario l’impegno di tanta, tanta gente. A Kesher lavoriamo solo in tre e siamo riusciti a mettere in piedi un’organizzazione con duecento iscritti, e incontri con la media di oltre cinquanta partecipanti. Si potrebbe fare molto di più. Come dice il rav Joseph Soloveitchik, dobbiamo imparare a essere egoisti, e quindi a pensare agli altri”.

Pensare agli altri, pensare a cosa possono fare le istituzioni dell’ebraismo italiano per i propri iscritti, ma anche per la società intera e la tutela delle minoranze in Italia, questi i temi proposti da Daniele Nahum, presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, che ha rilevato come per tutto questo sia fondamentale il dibattito, “un dibattito che nella nostra Comunità troppo spesso manca, mentre la gente che è qui stasera dimostra come sia importante il confronto a trecentosessanta gradi. Prendo l’impegno personale di lavorare per aumentare le occasioni in cui questo sia possibile”.
L’ottimo e importante lavoro svolto dai movimenti giovanili, Shorashìm, Benè Akivà, Hashomer Hatzaìr, è stato messo in evidenza anche da Benedetto Habib, relatore di questo dibattito con l’autodefinizione di “ebreo lontano doc”. “I nostri movimenti giovanili sono gli unici che raccolgono ragazzi provenienti dai background più diversi, nonostante quasi non ricevano fondi – ha fatto notare – La nostra è una Comunità in cui manca la capacità di accettare posizioni diverse, e per questo molti si allontanano. Esiste per esempio un problema sotto gli occhi di tutti, di cui nessuno ha ancora parlato, quello dei matrimoni misti, e dei bambini nati da queste unioni, che oggi vengono semplicemente scoraggiate rendendo sempre più difficili le conversioni. Nessuno considera invece la situazione effettiva, che va affrontata se si vuole avere un approccio corretto al problema dei lontani”.
Il riferimento ai matrimoni misti ha scaldato il pubblico in sala, tanti i presenti coinvolti, e ansiosi di raccontare la propria esperienza, e farsi ascoltare, a prova del fatto che di opportunità del genere si sente un gran bisogno.
Un signore del pubblico si è spinto anche oltre, arrivando a domandare chi possa essere definito ebreo, e come tale partecipare alla vita della comunità ebraica. Ciò che infatti le domande e dai commenti degli spettatori, hanno messo in luce è che, se esistono ebrei che si allontanano dalla vita comunitaria, ci sono anche persone che vorrebbero farne parte, ma che ne sono escluse, per molti motivi, come le due congregazioni riformate che esistono a Milano.
A rav Roberto Della Rocca, direttore del Dipartimento Educazione e Cultura dell’Ucei, il difficile compito di dare una risposta a questi quesiti, che investono in modo forte l’identità dell’ebraismo italiano. Rav Della Rocca ha sottolineato che “una comunità deve essere in grado di accogliere tutti, non importa essere osservanti o meno, ma è assolutamente inevitabile per tutti noi partire e basarci sulla Halachà, non solo sui sentimenti, perché questo può dare vita a fenomeni problematici. Essa costituisce la nostra garanzia, anche di pluralismo, perché è proprio l’Halachà a metterci tutti sullo stesso piano – ha precisato rav Della Rocca – dobbiamo stare molto attenti anche nell’etichettare le persone. “Di destra” e “di sinistra”, “religiosi” e “laici”, “vicini” e “lontani”. La Torà e la vita ci insegnano che questi fenomeni non sono mai definitivi, né assoluti, basti l’esempio del grande ritorno di un lontano per eccellenza, Esaù”.
Nonostante l’ora tarda la discussione è proseguita, anche con accenti polemici, perché erano in molti a sentirsi chiamati in causa e a voler contribuire con la propria esperienza e opinione. Il pubblico è diventato così relatore e i relatori hanno ascoltato attentamente il pubblico, dando un senso ancora più forte alla serata, e dimostrando che, vicini o lontani, quando si tratta di confrontarsi gli ebrei non si tirano mai indietro.
A chiudere il lunghissimo, appassionato incontro, terminato a notte alta, sono stati gli interventi fuori programma del Presidente della Comunità di Milano Leone Soued e del rabbino capo di Milano Alfonso Arbib, che hanno voluto porre l’accento su una dimensione forse troppo trascurata: non i problemi, ciò che la comunità e l’ebraismo milanese non danno, ma ciò che invece offrono.
Il Presidente Soued ha orgogliosamente rivendicato quello che la Comunità fa per venire incontro ai bisogni dei suoi iscritti, sia dal punto di vista dei servizi che mette a disposizione, sia da quello degli aiuti economici che costituiscono uno sforzo finanziario notevole, soprattutto in un momento critico come questo.
Rav Arbib si è invece rivolto alle coscienze di una platea attenta alle sue parole appassionate, parafrasando John Kennedy, “Non pensate soltanto a quello che la comunità vi offre – ha esortato – ma a quello che voi potete offrire. Il problema più grande di questa comunità non è ciò di cui si è parlato finora, ma il fortissimo individualismo. Il suo destino e quello dell’ebraismo in Italia dipendono da noi, da ciascuno di noi. Questo costa fatica, talvolta sacrificio, ma far parte di una comunità significa occuparsi l’uno dell’altro. Non chiediamoci cosa può fare la comunità per noi. Chiediamoci cosa possiamo fare noi per la comunità”.

Rossella Tercatin