L’Shanà Tovà Tikatevu: l’augurio di Obama agli ebrei di tutto il mondo
Tra i vari Shanà Tovà pronunciati in questi giorni, uno è sicuramente più “speciale” di tanti altri, quello di Barack Obama. In un video della durata di quasi tre minuti, il presidente americano si è rivolto agli ebrei di tutto il mondo, augurando loro un felice inizio di anno nuovo. Parole misurate, postura e gestualità efficaci, Obama ha iniziato il suo intervento con la frase “L’Shana Tovah Tikatevu” ( che voi possiate essere iscritti nel libro della Vita per un buon anno ) cercando di fare breccia nel cuore degli spettatori. Missione riuscita, come testimoniano gran parte dei commenti apparsi sul web, che manifestano un generale apprezzamento per la decisione di Obama di esprimersi in ebraico. Ci aveva provato anche il suo predecessore George Bush un paio di anni fa, sbagliando però la tempistica (il messaggio era stato trasmesso una settimana prima che iniziasse Rosh Hashanà). Gaffe clamorosa, prova
ulteriore di otto anni di presidenza vissuti con molta superficialità. Obama, nel messaggio di giovedì scorso, ha ribadito la necessità di combattere ogni forma di pregiudizio, partendo da quello antiebraico, sentimento ancora radicato in molte aree del mondo. Dimostrando di conoscere molto bene (o grazie ad uno staff di collaboratori preparati) le festività ebraiche, ha espresso il desiderio che la giornata di riflessione di Kippur, ormai alle porte, possa servire per le famiglie, le comunità e perfino le nazioni ad abbattere le divisioni e cercare di costruire un mondo migliore, basato su empatia e compassione.
Un mondo che non potrà essere tale finché non ci sarà pace in Medio Oriente: “Bisogna lavorare affinché Israele sia riconosciuto dai paesi vicini e i bambini possano essere liberi di sognare e vivere senza paura”.
Con il suo tributo ad una cultura millenaria, “luce delle nazioni”, come lui stesso l’ha definita attraverso le parole del profeta Isaia, Obama ha cercato di ingraziarsi l’elettorato ebraico americano, buona parte del quale non ha una grandissima fiducia nei suoi confronti. Per rendersene conto basta dare un’occhiata ai risultati delle primarie del Partito Democratico dell’anno scorso, quando la maggioranza degli ebrei statunitensi decise di votare per Hillary Clinton invece che per l’ex senatore dell’Illinois. Molti, infatti, avevano (ed hanno tuttora) delle remore nei confronti di Obama a causa della sua ventennale amicizia con Jeremiah Wright, prete antisemita di Chicago e suo consigliere spirituale di lunga data, e per la sua posizione non molto chiara nei confronti di Israele. Paure forse eccessive, visto che Obama, nei fatti, sta conducendo una politica equidistante verso israeliani e palestinesi, probabilmente l’unica che possa portare alla fine del conflitto in Terra Santa. Per cercare di concretizzare le sue idee di pace in Medio Oriente, il presidente americano incontrerà nella giornata di martedì Netanyahu e Abu Mazen. Purtroppo, in quell’occasione non basterà dire “Shanà Tovà” per convincere il premier israeliano a rivedere la sua posizione sulle colonie o “Eid Mubarak” (augurio per festeggiare la fine del Ramadan) per indurre il leader di Al-Fatah a iniziare seriamente un negoziato di pace.
Adam Smulevich