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Una serata per parlare di Noi

Un caloroso applauso ha salutato l’arrivo di Walter Veltroni intervenuto al Palazzo della Cultura, nel cuore del vecchio ghetto di Roma, per presentare il suo ultimo romanzo Noi, titolo con molti doppi sensi per indicare il cognome della famiglia attraverso cui si snoda l’intera vicenda, ma anche per segnalare che dentro quella storia ci siamo tutti noi le nostre vite, i nostri sentimenti, le nostre emozioni, la vicenda di un’Italia che parte dal passato e si proietta nel futuro. Quattro generazioni della stessa famiglia, quattro ragazzi colti ciascuno in un punto di svolta, quattro capitoli ambientati in quattro epoche diverse attraverso le figure di Giovanni, Andrea, Luca e Nina che vivono negli anni 1943, 1963, 1980 e 2025, mentre dietro a tutta la vicenda campeggia la figura di Giuditta, giovane ragazza ebrea che vede dalle finestre della famiglia Noi da cui ha trovato rifugio, la deportazione dal Portico d’Ottavia del 16 Ottobre 1943.
“Che tipo di Ebrei vedi?” – ha domandato con nota polemica a Veltroni il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni che è intervenuto a presentare il libro insieme al Presidente della Comunità Ebraica della Capitale Riccardo Pacifici, al Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna al Presidente della Fondazione Museo della Shoah Leone Paserman e al rabbino Benedetto Carucci Viterbi direttore delle scuole Angelo Sacerdoti e Renzo Levi. Domanda che fa riflettere quella posta dal Rav Di Segni perché Giuditta, vive la Shoah, sposa un non ebreo e i suoi figli, che ebrei sarebbero, perdono completamente l’identità ebraica. “L’idea di questo romanzo mi è venuta a Cracovia – in una di quelle serate trascorse a discutere con Piero Terracina durante uno dei viaggi con i ragazzi delle scuole romane a visitare i campi di concentramento – ha spiegato Veltroni – per me il senso di questa storia, il senso del percorso, del cammino è attribuire un omaggio alla cultura ebraica, un omaggio alla Memoria”. “Il senso che volevo trasmettere – ha proseguito Veltroni riferendosi all’ultima parte del libro ambientata nel futuro – è la preoccupazione per un mondo che trasmette ciascuno l’identità individuale. Dove ciascuno ha una realtà blindata, protetta. Il senso ultimo di questo racconto è un’idea inclusiva: nella trasmissione c’è l’antidoto a questa società che rischia di perdersi”.