Qui Londra – Un anno per i nostri figli

C’è un aspetto delle nostre preghiere di Rosh haShanà che è inaspettato quanto profondo. Il primo di Tishrì è l’anniversario della creazione. Hayom harat olam: “Oggi è nato l’Universo”. Logicamente, allora, il brano della Torah scelto per la lettura del giorno dovrebbe essere il primo capitolo di Bereishit: “In principio Dio creò”. L’Haftarah potrebbe essere Isaiah 45 con la sua dichiarazione: “Sono stato io a creare la terra e l’umanità su di essa”. Ma, nei fatti, non è così. Il primo giorno leggiamo della nascita di Isacco e per l’Haftarah recitiamo il passaggio sulla preghiera di Anna per un bambino.
Il secondo giorno, leggiamo del sacrificio e della salvezza di Isacco e, nell’Haftarah, Geremia 31, dove il profeta parla di Rachele “che piange per i suoi figli”.
Nessuno di questi brani si riferisce alla creazione. Tutti e quattro riguardano genitori e figli. L’argomento delle letture del primo giorno è la nascita di un bambino. Perché?
Una famosa Mishnah in Sanhedrin ci dice che “una vita è come un universo”. Salvare una vita equivale a salvare un universo. Così la nascita di un bambino è come la nascita dell’universo. Quando gli ebrei pensano al miracolo della creazione, noi pensiamo ai bambini. E questa è vera intuizione dello spirito.
Alla fine del suo libro Dal Big Bang ai Buchi Neri. La Breve Storia del Tempo, Stephen Hawking scrive che se potessimo scoprire la Unified Field Theory che a sua volta spiega la struttura dell’Universo, arriveremmo a conoscere la “mente di Dio”. Da una prospettiva ebraica, non c’è bisogno della fisica teoretica per avvicinarsi il più possibile alla mente di Dio. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è capire cosa vuol dire essere un genitore. Dio è il nostro genitore; noi siamo i suoi figli. Questo è tutto quello che sappiamo e che ci serve sapere dello splendore e del pathos della condizione umana sotto la sovranità di Dio. L’Ebraismo è, fra le grandi fedi, la più ‘bambinocentrica’.
Abramo fu scelto come padre del monoteismo perché così “avrebbe insegnato ai suoi figli e alle generazioni dopo di lui, a continuare sulla via del Signore”.
La nostra preghiera più sacra, lo Shemà, dice di “insegnare diligentemente queste cose ai tuoi figli”. Quando Dio diede la Torah ad Israele, la diede a loro, dicono i Saggi, non per merito dei loro antenati ma dei loro figli. I bambini sono le vittime del nostro tempo. Nella Gran Bretagna di oggi, quasi uno su due nasce da genitori non sposati; il 26 per cento vive in una famiglia monoparentale. C’è il più alto tasso di gravidanze in età adolescenziale d’Europa. Un rapporto Unicef del 2007 dichiarava i bambini del Regno Unito i più infelici del mondo occidentale: bevono e fumano di più, si drogano di più, fanno sesso in età prematura, tendono ad andare male a scuola, con molta più probabilità vivranno episodi di violenza e soffriranno relazioni infelici dentro e fuori casa.
Questa è una tragedia che si diffonde. Il messaggio di Rosh haShanà è che una civiltà si giudica da come tratta i figli. A un certo punto, la società laica ha perso di vista questa verità. C’è un vecchio proverbio africano che dice: “Ci vuole un villaggio per crescere un bambino”. Proprio così: ci vuole una cultura per valorizzare la famiglia, ci vuole un codice morale per rafforzare il matrimonio. L’ebraismo è sopravvissuto perché non ha mai perso di vista l’amore per i figli, e non ha mai dimenticato cosa vuole dire, costruendo case, scuole e comunità per trasmettere i nostri valori attraverso le generazioni. In nessun luogo tutto questo è più evidente che nella storia del sacrificio di Isacco. Qui Dio ci dice per sempre: “Non voglio che tu sacrifichi i tuoi figli. Prenditi cura di loro. Amali. Insegna loro. Considerali la tua gioia più grande”.
Così l’ebraismo, la più antica religione occidentale, è rimasto giovane per 4000 anni mentre le altre civiltà sono scomparse. Mettiamo i bambini prima di tutto. Questo è il messaggio di Rosh haShanà. Ne abbiamo bisogno adesso.

Rav Jonathan Sacks, rabbino capo del Commonwealth
(versione italiana a cura di Rocco Giansante)