Cinema – Nel grande ritorno dei fratelli Cohen c’è un Giobbe di provincia che non si arrende
Presentato in questi giorni a Toronto nel corso del recente Festival del Cinema Internazionale, A Serious Man è l’ultimo film dei fratelli Coen. Dopo aver vinto l’Oscar con No Country for Old Man, i due cineasti mettono in scena una commedia nera con elementi autobiografici e riferimenti alla vicenda biblica di Giobbe. Protagonista della vicenda, ambientata nella Minneapolis del 1967, è Larry Gopkin (Michael Stuhlbarg), professore di Fisica alla locale Università. Larry vorrebbe essere preso sul serio, ma le persone che lo circondano gli mancano di rispetto e la sua vita si rivela difficile. A casa la situazione non è proprio ideale: suo fratello Arthur (Richard Kind), senza lavoro, ha occupato permanentemente il divano; la moglie Judith (Sari Lennick) vuole lasciarlo per uno dei suoi amici, il serio e seducente Sy Ableman (Fred Melamed); la figlia Sarah (Jessica McManus) sta risparmiando i soldi per rifarsi il naso mentre il figlio Danny (Aaron Wolff) si prepara al Bar-Mitzvah ascoltando i Jefferson Airplane e fumando erba.
Intanto all’università uno studente cerca di corromperlo per poi denunciarlo mentre una campagna di lettere anonime rischia di costargli il posto di ruolo. Una serie di eventi che metterebbe alla prova la pazienza di un Giobbe, spinge Larry, ormai sull’orlo dell’esaurimento, a chiedere aiuto al saggio e sfuggente rabbino Nachter (George Wyner). Ma prima dell’udienza con lui dovrà passare da altri suoi due colleghi, il primo e il secondo rabbino.
Significativamente, il prologo del film è una sequenza ambientata in uno shtetl della Polonia: una serie di personaggi è intenta a discutere (in Yiddish) il senso della vita e il volere divino. Nell’America dell’integrazione e del successo, l’Ebreo Larry, da sempre ma nuovamente emarginato, riprende quelle discussioni per cercare di capire cosa gli sta capitando. Il professore di fisica, lo scienziato che basa la sua ricerca sulla certezza dei dati scientifici, deve ammettere i suoi limiti e rivolgersi ai rabbini per sentirsi dire che non tutto ha una spiegazione e che ci sono fatti che rimangono a noi incomprensibili.
Come incomprensibili e assurdi sono certi momenti del film: la vicenda di un dentista che trova una serie di lettere ebraiche che dicono “Aiutami” sui denti di un gentile, la vicina di casa di Larry che prende il sole in giardino nuda e gli si offre, la sequenza del bar-mitzvah girata dal punto di vista di un adolescente completamente ‘fatto’ e le fantasie di un gruppo di WASPS intorno all’idea di una caccia all’Ebreo.
C’è un’amarezza di fondo nel film che non sappiamo quanto sia autobiografica. I Coen hanno vissuto a Minneapolis prima di lasciarla per andare all’Università. Il film si concentra però non su un personaggio che cerca di fuggire la soffocante provincia (come avviene spesso in tanti film autobiografici), ma su un uomo che invece di mollare tutto resta per condurre quella ricerca propriamente ebraica sul senso della sua esistenza e sul disegno che D-o riserva al popolo ebraico.
Rocco Giansante