Succot – Quella capanna a Pechino

È Venerdì sera e più di cento persone sono ammassate intorno a tre lunghi tavoli cantando la Birkhat Hamazon. La cena di Shabbat (zuppa, challah, humus e pollo arrosto) è stata appena consumata e l’atmosfera è festosa mentre il Rabbino si accinge a fare il discorso del dopo-cena. Ma questo non è il solito venerdì sera al locale centro comunitario. Questo è un variegato gruppo di ebrei – giovani e vecchi, Orthodox e Reform – provenienti da diversi paesi. Questi sono gli ebrei di Pechino.
Una fiorente comunità ebraica si è andata sviluppando nella capitale cinese nel corso degli ultimi anni. Più o meno sono 1800 gli ebrei che vivono o transitano ogni anno nella città e una vibrante scena sociale si è sviluppata, soprattutto tra i membri più giovani della comunità.
La popolazione ebraica varia: dagli studenti di lingua cinese ai manager trasferiti qui con le loro famiglie. Gli studenti e i giovani intern (tirocinanti) tendono a stare qualche anno mentre alcune famiglie si sono stabilite quasi permanentemente.
Ebrei inglesi a parte, la comunità è composta da un numeroso contingente di americani, canadesi, francesi e israeliani. Ci sono state brevi visite di famiglie iraniane e persino l’arrivo di un gruppo di ebrei siberiani.
Molti ebrei decidono di vivere nella zona orientale della città, a Chaoyang, un quartiere d’affari trendy pieno di grattacieli ultramoderni e file di negozi e di catene Occidentali.
A nord di questo quartiere c’è Douban Houtong, l’area dove sorge la Moishe House di Pechino, la filiale cinese della rete internazionale di centri comunitari alternativi. È stata fondata dalla giornalista americana Alison Klayman insieme a Tyler Seeger.
I due sono responsabili dell’organizzazione dei tanti eventi sociali a carattere ebraico che si svolgono in città, e il tetto a terrazza della House, in cima ad un edificio molto alto, è frequentemente occupata da gruppi di giovani ventenni emigrati.
“Quando organizziamo feste arrivano dalle quaranta alle cinquanta persone, soprattutto perché abbiamo questa terrazza” dice Klayman. Altri appuntamenti fissi della settimana sono la cena del Venerdì sera, proiezioni di film e discussioni.
Klayman non riesce a nascondere l’orgoglio per Moishe House, che sta per celebrare il primo anniversario. Con affetto ricorda che “abbiamo costruito una Succà. Era fantastica. Era molto cinese, fatta con tubi di PVC e grate di metallo” – materiali presi da un deposito vicino, essendo impossibile trovare del verde nella giungla di cemento di Pechino.
Klayman dice che, contrariamente alle previsioni, le è stato facile mantenere un’identità ebraica nella capitale cinese.
“Insegno agli studenti che devono celebrare il Bar – mitzvà. Do una mano alla Scuola Ebraica. Quasi tutti i venerdì sera vado in sinagoga. Inizi a conoscere molte delle famiglie che poi ti prendono sotto la loro ala. È così possibile dimenticare che sei a migliaia di chilometri da casa”.
Ci sono, naturalmente, anche delle difficoltà – in una comunità di emigrati dove c’è un constante flusso di arrivi e partenze, le relazioni non durano a lungo. “Molti degli amici della prima ora, non sono più qui” rivela Klayman.
Sempre nel quartiere di Chaoyang troviamo l’ortodossa Casa di Chabad, situata all’interno di un complesso recintato in via Xiao Yun. Prima di entrare attraverso il cancello principale, i visitatori fanno il gesto di accarezzare una lunga barba, segnalando così al guardiano che sono lì per i rabbini.
Attraversato il cancello, avviene una strana trasformazione. Il frastuono di una città di 18 milioni di abitanti è lasciato dietro mentre sembra di essere trasportati in un posto che assomiglia stranamente al nord di Londra.
Nato in Inghilterra, Rabbi Shimon Freundlich ha fondato la Casa Chabad ed è senza dubbio l’ebreo più prominente della città. La Casa offre un centro per la maggior parte delle attività sociali della comunità. Quando Freundlich arrivò a Pechino nel 2001 ricorda: “Era impossibile per un ebreo ortodosso vivere qui. Non c’era la scuola ebraica, il cibo ebraico o la carne kasher”.
Nove anni dopo, Freundlich e i suoi colleghi sono riusciti “a costruire un’infrastruttura. “Adesso abbiamo la scuola con 51 studenti già iscritti al prossimo anno. Abbiamo Dini’s (un ristorante kasher), un mikvè e pollo e manzo kasher”.
Al di là delle soluzioni pratiche, il centro è riuscito a creare un senso di unità tra le diverse anime della comunità.
“Le persone vengono da tutto il mondo. L’atmosfera qui li costringe a sedersi tutti insieme sotto lo stesso tetto, cosa che crea un senso di comunità. Da a loro la possibilità di relazionarsi con persone provenienti da diverse comunità” spiega Freundlich.
“Qui se non ti connetti con la comunità ebraica ti perdi. Hai bisogno del calore e affetto che solo la famiglia ti sa dare. La gente riceve questo quando viene da Chabad”.
Lontano dalla casa, mantenere la kasherut a Pechino può essere complicato. Il maiale è l’alimento di base in Cina. “È presente in così tanti piatti che ordinare un pasto senza maiale può essere difficile senza parlare bene la lingua”, dichiara Daniel Nivern, un giovane imprenditore di Manchester.
Klayman ammette candidamente che “certamente finirai per mangiare del maiale; anche se chiedi di non averlo, finirai per mangiare qualcosa cotto nel grasso di maiale”.
Comunque con un ristorante kasher in città e menù sempre più in inglese sta diventando possibile evitare il cibo non kasher.
Adam Sandzer, un laureato all’Università di Nottingham, ha studiato e lavorato a Pechino nell’ultimo anno. È molto positivo rispetto alla sua vita da ebreo in Cina.
“Ogni venerdì sera vado da Chabad. Dopo la cena, i giovani vanno insieme in discoteca o nei bar”. Molti vanno nella zona di Sanlinut dove i drinks sono economici e le discoteche animate.
Sandzer si entusiasma per una lezione sulla Parashà della settimana tenuta dal rabbino canadese Nosson Rodin un giovedì sera “C’erano più di trenta persone”.
“Pesach era incredibile” aggiunge “Al Renaissance Hotel c’erano più di duecentocinquanta persone per il Seder”.
Daniel Nirven ha vissuto a Pechino per due anni e ha sviluppato rapporti stretti con molti cinesi. “Vorrei sottolineare che l’identità ebraica è considerata una cosa molto positiva dai cinesi. Quando dico loro che sono ebreo la reazione normale è: ‘Oh! Devi essere molto intelligente. Noi cinesi vogliamo essere come gli ebrei, sappiamo che siete molto bravi negli affari’. Poi finiscono per citare Einstein o Marx, i due grandi modelli della società cinese oggi. Così quando dici che sei ebreo gli stereotipi sono tutti positivi”.
Nivern racconta come una gran parte della sua vita sociale gira attorno ai suoi amici cinesi: “I cinesi amano fare affari intorno alla tavola. Così partecipo a questi grandi banchetti con molto alcool. Dopo ti portano al karaoke”.
Il karaoke è preso molto sul serio in Cina. Per tutta la città ci sono bar con corridoi di stanze insonorizzate contenenti poltrone e karaoke. Cantare insieme I Will Survive di Gloria Gaynor sembra essere un rompighiaccio efficace quando ebrei e cinesi si trovano insieme.
Per adesso, comunque, la comunità ebraica di Pechino sta facendo molto di più che sopravvivere. Dice Klayman: “C’è così tanta diversità tra gli ebrei qui che puoi farti prendere totalmente dallo stile di vita ebraico che preferisci”.

Samuel Selmon
(The Jewish Chronicle – settembre 2009)
versione italiana a cura di Rocco Giansante