Succot – Riaprendo le pagine del rav Leone da Modena

Da questa sera ci troveremo ad abitare in Succà; lasceremo la nostra casa per una capanna instabile, dirat arai una casa provvisoria “affinché sappiano le vostre generazioni che in capanne ho fatto stare i figli di Israele quando li ho tratti dalla terra d’Egitto; Io sono il Sign-re vostro D-o” (Lev. 23:43). David canta nei suoi Salmi (16:11) sova semachot et panecha (fammi conoscere la gioia che proviene dal Tuo volto), ma il Midrash interpreta sova come se fosse scritto sheva riferendosi alle sette mitzvot della festa di Succot: le quattro specie nel lulav (palma,cedro, mirto e salice), la succà, la simchà cioè la gioia particolare di questa festa, e il sacrificio di chaghigà. È proprio a questi versi che fa riferimento Leone da Modena (Jehudà Arié, 1574-1648), il famoso rabbino di Venezia nel suo Sefer Midbar Jehudà che riporta alcuni suoi discorsi per le ricorrenze annuali e per occasioni particolari della vita comunitaria. Il libro, pubblicato originariamente a Venezia, è stato ripubblicato nel 2002 a Benè Berak e prendiamo ispirazione dal suo discorso per Succot.
La Succà è la rappresentazione della vita di questo mondo, in cui non vi è qualche cosa di veritiero e di fisso, ma tutto è instabile, dirat arai: questa è la sensazione che dobbiamo avere della nostra vita attuale. Succot, che cade non a caso nel mese di Tishrì, in cui è stato creato il mondo, viene quindi a insegnarci la vanità della nostra vita attuale che acquista il suo significato dal servizio divino. La Berachà per la Succà è al tempo stesso un ringraziamento al Sign-re che ci ha santificato in questo mondo con l’osservanza delle sue mitzvot, per poter essere degni della vita eterna, come ricompensa e non come dono; dopo il servizio in questo mondo potremo quindi prepararci con animo lieto alla vita reale del mondo futuro.
“Dice il Sign-re: lui ha osservato la mitzvà della succà, Io lo proteggerò dal calore del mondo futuro”. La frase di rabbì Levi: “Chi osserva la mitzvà della Succà in questo mondo…” viene interpretata da Leone da Modena come riferentesi a chi osserva i dinim della Succà riferendosi a questo mondo, benedicendo cioè il Sign-re che lo ha messo in questo mondo per lavorarlo e apprezzarlo potendo occuparsi della Torà divina che ci conduce al nostro Creatore.
Il lulav rappresenta invece quel microcosmo che è l’uomo: l’etrog rappresenta il cuore; il lulav la spina dorsale; il mirto l’occhio e il salice la bocca, tutti organi che debbono essere partecipi al nostro servizio divino; oppure sono il simbolo dei quattro periodi della vita umana, “in ognuno di essi l’uomo deve essere sempre pronto a muoversi secondo il volere divino” come si può apprendere anche dall’altro midrash che paragona i 4 minim ad Avraham, Izchak, Jaakov e Josef.
Ecco quindi la Succà (questo mondo), con il lulav (l’uomo) e accanto a loro il sacrificio e la gioia; il discorso agli ebrei veneziani si chiude con la speranza nell’avvento del Messia e la ricostruzione del Santuario di Jerushalaim.
E noi desideriamo aggiungere ai nostri lettori i migliori auguri di mo’adim lesimchà.

Alfredo Mordechai Rabello, giurista, Università Ebraica di Gerusalemme