Non smetteremo di danzare – Il messaggio coraggioso delle vittime del terrorismo nel libro di Giulio Meotti

Celebrare la vita contro la morte. Il giornalista Giulio Meotti ha dedicato quattro anni di lavoro alla conoscenza delle storie del terrorismo palestinese in Israele, 1723 morti, 10000 feriti, fra le donne una percentuale altissima: 378 vittime, un numero enorme se lo si rapporta alla sua popolazione, ma non è alla morte alla distruzione che si pensa quando si legge ‘Non smetteremo di danzare’ (edito da Lindau in uscita in questi giorni nelle librerie) si pensa alle vita, vita di gente comune che non è morta combattendo sotto il fuoco nemico o a un posto di blocco, ma in autobus, in pizzeria, per strada, in banca, in un centro commerciale, nella routine della vita di tutti i giorni.
“Queste storie sono la celebrazione della vita sulla morte – osserva l’autore rivelando una sorta di filiazione adottiva nei confronti dello Stato di Israele – gli israeliani ci insegnano ad amare la vita più di quanto temano la morte. Israele è una goccia di illuminismo in un mare di barbarie.”
Il 4 ottobre 2003 giorno in cui Hanady Taysir Jaradat avvocatessa ventinovenne si fa saltare in aria davanti al ristorante Maxim sul lungomare di Haifa, “un pezzo di terra che più Israele non si può” (per usare le parole dello stesso Meotti), uccidendo 20 persone, fra cui 5 bambini, il giornalista del Foglio è in Israele per girare un documentario sulla seconda Intifada. La notizia rimbomba sui media locali entrando nei minimi particolari, ma sui giornali europei nulla tranne la scarna notizia dell’attentato. “Quando avviene un attentato in Israele, – rileva Meotti – il giorno dopo tu sai tutto sull’attentatore, ma non sai niente su quelli che sono morti, sulle loro vite, sulla loro storia.” E’ questo che balza per la prima volta agli occhi del giornalista, è da questo che trae origine ‘Non smetteremo di danzare’, dalla necessità di dare un volto, una storia, una dimensione, a persone che hanno perduto la vita e di cui non si sapeva nulla.
Ispirandosi a “Portraits of grief”, I ritratti del dolore, le storie delle vittime dell’11 settembre pubblicate dal New York Times che vinse un premio Pulitzer, Meotti ripercorre le drammatiche vicende legate al terrorismo islamico cercando di dare un volto a coloro che, per il terrorismo, hanno perduto la vita.
“Secondo me tutto questo andava raccontato. – spiega Meotti – Io ignoravo l’esistenza dei due refusnik Avraham Fish e Aharon Gurov, che negli anni di Sharansky volevano emigrare in Israele e lì vengono uccisi a Nokdim il 25 febbraio 2002 o le storie dei cittadini israeliani, quasi tutti sopravvissuti alla Shoah, che persero la vita durante la cena del seder di Pesach al Park Hotel di Netanya il 27 marzo 2002. Sono storie che parlano della nostra storia. In Israele il sangue parla, – prosegue – sono storie di sopravvivenza, lì tutte le vittime avevano avuto un parente ucciso nelle camere a gas. Menachem Rosensaft, fondatore dell’International Network of Children of Jewish Holocaust Survivors ha osservato che il destino che Hitler aveva predisposto per loro è stato realizzato da un kamikaze palestinese…ancora una volta ebrei uccisi in quanto ebrei. Che significato ha tutto questo? Ha un significato enorme ed ha un significato politico religioso anche per il cristianesimo perché non esiste cristianesimo senza giudaismo”.

Secondo Giulio Meotti infatti non c’è differenza fra il terrorismo che colpisce in Israele e quello che colpisce in Europa e soprattutto sotto il profilo dell’odio, non c’è alcuna differenza con la Shoah. “Che significato hanno avuto gli 11 atleti ebrei uccisi a Monaco a pochi chilometri dal campo di sterminio di Dachau? Che significato ha avuto l’assassinio del giovane ebreo parigino adescato da una ragazza, torturato per 15 giorni passato di mano e poi massacrato che Bernard Henry Levy ha definito il martirio di Ilan? – si domanda Meotti – E’ lo stesso odio che perseguita gli israeliani in terra di Israele: erano ricchi colti e coscienti musulmani inglesi quelli che partirono da Londra e che giunsero all’aeroporto Ben Gurion per uccidere ebrei e questo non ha nulla a che fare con la rivendicazione delle terre da parte dei palestinesi. Grandi studiosi di antisemitismo hanno messo in luce questo aspetto ed è un aspetto che non si può ignorare”.
Per questo secondo Meotti la battaglia di Israele va combattuta nell’Unione Europea, nell’Onu ed è molto importante che questo libro sia stato scritto qui, fuori da Israele.
“Perché dovrebbero leggere questo libro? – si domanda infatti Meotti – Dovrebbero farlo perché non c’è Europa senza Israele, perché altrimenti sarebbe Eurabia. Tu vai in Israele e puoi pregare al Santo Sepolcro, puoi vivere la tua vita e professare la tua religione, se ci fosse l’islamismo tutto questo non sarebbe possibile. Sulla autorevole rivista First Things c’è un importante articolo di David Goldman ‘The closing of the Christian Womb in the Middle East’ che parla del declino delle comunità cristiane nei paesi arabi e il boom in Israele. Israele è una lezione per l’occidente, 60 anni di storia con la paura continua di perdere un proprio caro con il senso della fragilità e della precarietà della vita. Queste cose vanno raccontate per capire il Medioriente noi ci immaginiamo un paese in cui primeggiano la tecnologia, le armi, l’esercito e dall’altra povera gente che langue per la sua terra, non è così”.
Precisa Meotti che spiega come il concetto di vendetta sia invece assente nell’animo di ciascun israeliano che abbia perso i propri cari in un attentato terroristico “Gli israeliani spezzano la catena dell’odio è lo Stato che deve fare il suo compito non i singoli. Non c’è terrorismo israeliano. Questa gente pensa a ricostruire: a Ben Yehuda c’è un chiosco che è stato distrutto 3 o quattro volte da attentati terroristici ed è sempre lì, ogni volta è stato ricostruito. Nelle mie pagine non c’è odio, non c’è desiderio di rivalsa. Nessun israeliano che ha perso i propri cari in un attentato terroristico ha mai cercato o chiesto la vendetta. Alcuni hanno risposto al terrore creando fondazioni benefiche in nome dei cari uccisi e oggi assistono bambini palestinesi. Una ragazza che ha perso tutta la sua famiglia in un attentato oggi fa nascere i bambini arabi in ospedale. Nell’accostarsi al mondo dei sopravvissuti al terrorismo ti colpisce la fede e l’amore per la vita. Non la gioia di vivere in astratto, ma la santificazione della vita umana in quanto tale. Ho incontrato alcuni agenti della sorveglianza fuori dei supermercati, dei centri commerciali israeliani, persone che stanno lì per 4-5 euro l’ora che si fanno saltare in aria con i kamikaze per salvare la vita ai propri simili, questa è la risposta più bella che possa dare uno stato piccolo come Israele”.
Giulio Meotti è tuttavia scettico sulla possibilità che il terrorismo possa, per il momento, cessare nonostante le trattative per la pace, nonostante le concessioni israeliane, nonostante le mediazioni di mezzo mondo “Il terrorismo continuerà, fintanto che nei paesi arabi non ci sarà una classe dirigente che spezzi la coda del serpente dell’odio. La pace verrà quando capiranno che hanno perso tutte le guerre che hanno combattuto e la smetteranno di invitare i propri figli a farsi saltare in aria”.

Lucilla Efrati