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Il ponte sullo Stretto continua a far discutere. Il fatto è che la costruzione di un ponte, oltre agli aspetti tecnici, ha grandi significati simbolici. A Roma chi se ne occupava era il pontifex, che faceva parte di una categoria consacrata. La Vulgata, creando uno strano equivoco, tradusse kohen con pontifex, anche se i nostri kohanim non si occupavano di ponti. Il kohen gadol divenne il “pontefice massimo”, e così via. La costruzione di ponti era tra le tre cose che per gli ebrei caratterizzavano di più l’opera dei Romani; in positivo per alcuni, in negativo per Rabbi Shimon ben Yochai (“lo fanno solo per farci pagare le tasse”; la battuta non fu apprezzata dai Romani e gli costò una latitanza di anni; TB Shabbat 33b). Il ponte unisce coloro che stanno tra due rive opposte e per questo si chiamano “rivali”; curiosamente, già nell’ebraico biblico, riv è la lite, la contesa. Chi sta me’ever lanahar, “dall’altra parte del fiume”, è ‘ivri, ebreo, siamo noi, costituzionalmente, dalle origini. Per Rabbi Nachman di Breslav il problema non è il ponte sullo Stretto, ma “il mondo intero” che “è un ponte molto stretto (gesher tzar meod), e l’importante è non aver mai paura”.

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma