Qui Trieste – Lizzie Doron e Boris Zaidman ricevono oggi il premio letterario Adei Wizo
E’ riuscita a dare voce ai silenzi della madre, sopravvissuta alla Shoah, con una scrittura lieve e colma di delicata tenerezza che ha conquistato il cuore di tantissimi lettori: prima in Israele e poi in Italia. A testimoniare il successo di Lizzie Doron (nell’immagine) è ora il premio letterario Adei Wizo intitolato ad Adelina Della Pergola, che ogni anno premia il miglior romanzo di argomento ebraico pubblicato in Italia, assegnatole per il suo primo libro, Perché non sei venuta prima della guerra? (139 pagine, Giuntina, 12 euro).
Il riconoscimento le viene consegnato a Trieste nella sala Maggiore della Camera di commercio da Roberta Nahum, presidente nazionale dell’Associazione donne ebree italiane, Marina Sagues e Liora Misan Zeira che presiedono la sezione triestina e Giancarla Mursia che guida la giuria composta da sole donne esponenti del mondo della cultura. Insieme a Lizzie Doron ci sarà Boris Zaidman, autore di Hemingway e la pioggia di uccelli morti (192 pagine, Il Saggiatore, 16 euro) che ha spuntato il terzo posto. Il secondo posto è stato invece attribuito a David Grossman, per il suo bellissimo A un cerbiatto somiglia il mio amore. L’incontro sarà presentato da Cristina Benussi, Giorgia Greco e Giorgio Pressburger. Conduce la giornalista Francesca Vigori.
Lizzie Doron e Boris Zaidman (nell’immagine a fianco) sono autori molto diversi fra loro, che condividono però la medesima ricerca sui temi dell’identità ebraica. Nato a Kishinev in Moldavia ed emigrato in Israele ancora ragazzino, Zaidman nel suo romanzo ridà infatti vita, sul filo dell’ironia, al mondo sovietico in cui è cresciuto senza però scordare brucianti offese come la “quinta riga del passaporto in cui è indicata l’appartenenza etnica: a sette anni mi sono reso conto che facevo parte della nazionalità ebraica. E’ come rendersi conto di essere nati con un handicap”.
Lizzie Doron è stata invece cresciuta dalla madre. “Vivevamo a Tel Aviv – racconta in un quartiere di soli sopravvissuti che ai miei occhi di bambina erano tutti un po’ strani con i loro comportamenti e con la loro ossessione di vigilare su noi figli: per loro eravamo tutto, la sola idea che ci potesse accadere qualcosa li faceva impazzire. Era una sorta di shtetl con una mentalità un po’ da ghetto”. Entrambi dovranno allontanarsi in modo netto dal mondo della loro infanzia per ritrovare il senso delle radici e dell’identità e riuscire infine a fare ritorno con la consapevolezza dell’età adulta.
Daniela Gross