Qui Torino – Oi Va Voi in concerto Fusion di klezmer e rock albionico
Non capita tutti i giorni di andare ad un concerto rock e sentire cantare in yiddish. Ancor meno te lo aspetti da una cantante anglo-ghanese, Bridgette Amofah, un’autentica bellezza dell’Africa Nera col rimmel della city. E invece è proprio così: è lei la nuova cantante degli Oi Va Voi, gruppo emergente nella scena underground londinese. Oi Va Voi è una tipica espressione yiddish, l’intercalare più usato. Il gruppo nasce all’inizio del millennio coll’obiettivo di recuperare i ritmi e le melodie klezmer, la musica tradizionale dei loro nonni, ebrei originari dell’Europa dell’est e baltica, reinterpretandoli in chiave moderna e fondendoli con sonorità rock ed elettroniche. È un elegantissimo incontro tra l’antico e il moderno, tra i lamenti dei violini dell’est e le chitarre elettriche distorte, tra la malinconia mitteleuropea e i le coloratissime trombe gitane, il tutto insaporito da un tocco molto british. E la cantante ha la pelle d’ebano.
Sono le undici e mezza, all’ “Hiroshima Mon Amour”, storico locale torinese per gli amanti della musica dal vivo, quando Steve Levi, clarinettista, leader della band, prende il microfono e annuncia che “la prossima canzone si chiama S’brent: il testo è in yiddish, lo scrisse Mordechai Gebirtig, famoso poeta e cantore yiddish, nel 1936. Racconta l’episodio commovente di un villaggio dato alle fiamme.” L’interpretazione della bella Bridgette fa tremare le gambe alla sala, è struggente. È uno spettacolo estatico questa donna nerissima e meravigliosa, cantare in perfetto yiddish la tragica vicenda di un pogrom degli anni ’30, rapita dalla passione, sofferente. “S’brent” è spleen, dal vivo anche più che nel disco, esprime tutta la vitale malinconia tipica della poesia e della musica chassidica.
La sala è attonita. Ma S’brent è una parentesi. Subito dopo la musica si fa più veloce e allegra, si ricomincia a ballare. È la simchà chassidica, questa volta, a farla da padrone, con l’aiuto di chitarra e basso.
Il concerto di Torino è una tappa del tour italiano (giovedì 15 ottobre a Milano, venerdì 16 a Bologna, sabato 17 a Treviso) iniziato per promuovere l’ultimo disco, “Travelling the face of the globe”, il loro quarto album. Completamente autoprodotto, è stato registrato in una sinagoga, l’ambiente più in sintonia con le radici e l’identità culturale della band. Nel corso degli anni gli Oi Va Voi hanno cambiato diversi strumentisti; nessuno dei nuovi arrivati ha radici ebraiche, però rimangono Josh Breslaw, batterista, Nik Ammar, chitarrista, e Steve Levi, clarinettista, il nucleo storico della band, e garantiscono che gli Oi Va Voi conservino la loro identità culturale, che continuino il progetto di mescolare una sensibilità pop anglosassone moderna con la cultura ebraica e dell’Est europeo.
Il fil rouge di quest’ultimo album è, come suggerisce anche il titolo, è il tema del viaggio, ma si affrontano anche argomenti politici, l’immigrazione, la dissidenza.
È un disco musicalmente variegato, tutto attraversato da clarinetti ipnotici, regala ballate malinconiche (virtuosa la violinista Anna Phoebe) e incalzanti ritmi balcanici, atmosfere uggiose d’oltremanica (“Foggy day”) ma anche tamburelli mediorientali, c’è sempre un’atmosfera agrodolce, un contrasto tra gioia e tristezza. Non solo nei testi, ma anche per il tipo di strumentazione, l’esuberanza della tromba contrapposta alla tristezza del violino. E la voce ispirata di Bridgitte Amofeh dà un tocco intenso ma carezzevole.
Gli Oi Va Voi da Londra, un bell’esempio di quel crogiolo colorato e a volte turbolento che è sempre stata e continua a essere la capitale britannica. E i rockettari torinesi a casa chiedono il bis. Concesso.
Manuel Disegni