Qui Milano – A Streep va in scena Spiegelman
“Quest’uomo è un genio”. Questo fu il primo pensiero del giornalista Enrico Deaglio, direttore del settimanale Diario, e autore del libro “Patria 1978-2008” da poco nelle librerie, quando finì di leggere per la prima volta Maus.
“Sa, di essere un genio, l’ho sempre pensato anch’io – gli ribatte Art Spiegelman, autore del graphic novel (“bel termine per far leggere fumetti a chi si vergogna di leggere fumetti” per sua definizione) che gli è valso un Premio Pulitzer ad hoc nel 1992 – Poi mi è venuto il dubbio di essere un idiota. Ci ho impiegato un po’ a trovare un equilibrio fra le due cose”.
Queste le prime battute della videointervista realizzata da Deaglio per la serata di apertura di Streep, il primo festival dedicato al comics journalism, il giornalismo a fumetti, che si è svolto in questi giorni a Milano al circolo Arci Bitte e si conclude oggi, accompagnato da una mostra che illustra l’evoluzione di questo genere espressivo dal XVIII secolo a ora (fra i pannelli esposti anche le nuove tavole dedicate a Spiegelman e create da quattro grandi autori del fumetto italiano appositamente per Pagine Ebraiche, il giornale dell’ebraismo italiano).
Un’apertura che costituisce il preludio al gustoso dialogo tra i due, da cui emerge un artista, Spiegelman, mai allineato e sempre capace di sfoderare ironia e altrettanta autoironia, mentre spiega come elaborò il progetto di Maus, quale musica ne rappresenti l’ideale colonna sonora, ma anche la sua critica a “La vita è bella” di Roberto Benigni.
“Negli anni ’70 arrivai a un punto della mia carriera di fumettista in cui i miei lavori erano diventati sempre più astratti. Questo non mi stava più bene. Non mi interessava più parlare solo a un pubblico di addetti ai lavori. Volevo creare qualcosa capace di catturare i lettori comuni – così Spiegelman ricorda come gli nacque dentro l’impulso per realizzare il suo capolavoro – Sentivo che lo strumento giusto sarebbe stato un progetto narrativo lungo, ma ero anche consapevole di dover trovare un soggetto che mi creasse una forte motivazione interiore, questo è l’unico modo in cui so lavorare. Ero appena tornato da San Francisco a vivere a New York, la città di mio padre. Abitavo a Brooklyn, lui a Rego Park nel Queens. Per più di un anno non ammisi di essere lì, fingendo addirittura interferenze telefoniche quando lo chiamavo. Nel frattempo avevo in mente di realizzare un’opera incentrata sulla questione razziale negli Stati Uniti tra gatti-bianchi e topi-neri. Poi abbandonai questa strada e scelsi di compiere un viaggio alla scoperta delle mie origini, sapendo che per farlo avrei dovuto affrontare mio padre e il nostro rapporto. Pensavo che il mio lavoro avrebbe ricevuto plauso e apprezzamento solo dopo la mia morte. Devo dire che sono rimasto profondamente deluso nello scoprire di essere così facilmente comprensibile”.
Nell’incontro l’artista newyorkese chiarisce anche la sua posizione verso Roberto Benigni, che critica molto per “La vita è bella”.
“Roberto Benigni mi sembra proprio un tipo simpatico, ma l’idea di quel film è stata immensamente stupida, secondo me. Quando ho sentito che aveva tratto ispirazione da Maus per realizzarlo, ho rimpianto di non averglierlo tolto dalle mani finché ero in tempo! In Maus ho usato una metafora, quella degli animali, dei gatti e dei topi, per approcciare la realtà. Lui ha usato il più grande crimine della storia come metafora delle piccole cose. Ha trasformato il razzismo e lo sterminio in un gioco, in cui basta sorridere e tutto passa”.
Mentre parla Art Spiegelman fuma una sigaretta dopo l’altra, non a caso il video realizzato porta il titolo “Comics and cigarettes” (“ma non fumo proprio in continuazione, a volte sono così preso da dimenticare la sigaretta a consumarsi nel portacenere..” ci tiene a specificare l’artista).
Accanto alle sigarette, fondamentale allo svolgimento del suo lavoro è trovare il giusto accompagnamento musicale. “Mi ci è voluto un po’ per individuare quello per Maus. Alla fine è sbucato fuori un gruppo, una sorta di Beatles degli anni ’30, il sestetto tedesco dei Comedian Harmonist. Le loro canzoni mi trasmettevano le giuste sensazioni, allo stesso tempo ansiogene e tranquillizzanti. C’era qualcosa che li rendeva perfetti per fare da colonna sonora a Maus. L’ho scoperto solo dopo, ma dei cantanti, tre erano ebrei, e tre no. Per questo, nel 1935 si sciolsero e i due terzetti ricostituirono due nuovi gruppi, ma nessuno funzionava quanto il precedente. Gli ebrei portavano l’anima, i tedeschi la precisione. Li ho ascoltati per tutti i quindici anni in cui ho lavorato a Maus, anche se dopo un po’ di tempo mia moglie mi ha regalato un paio di cuffie, perché lei davvero non ne poteva più”.
Rossella Tercatin