Qui Roma – Israele, Usa, Italia: tre modelli a confronto su terrorismo ed elaborazione collettiva della Memoria
“Le frontiere invisibili della memoria”. È questo il titolo dell’incontro più significativo della quarta giornata del Festival Internazionale della Letteratura Ebraica. All’evento partecipano, in qualità di relatori, alcuni nomi illustri del giornalismo. Mario Calabresi, direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, inviato negli Stati Uniti per il medesimo quotidiano, e, Nahum Barnea, autorevole firma del Yedioth Ahronoth. Presenti, tra il pubblico, Paolo Galimberti, presidente della Rai, Gideon Meir, ambasciatore israeliano in Italia, Simonetta Della Seta, addetto culturale dell’ambasciata italiana a Tel Aviv, e Riccardo Pacifici, presidente della Comunità Ebraica di Roma. Il tema che viene affrontato è molto delicato. Si parla, infatti, di terrorismo e di elaborazione collettiva del lutto. In Israele, Italia e Stati Uniti. Quali analogie? Quali differenze?.
Il primo a parlare è Barnea, che ha perso un figlio in un attentato terroristico tredici anni fa. “Uno stato non viene offerto a un popolo su un vassoio d’argento”, le sue riflessioni partono da una celebre frase di Chaim Weizmann, primo presidente della storia d’Israele. È un’analisi molto amara e dettagliata quella di Barnea, che ripercorre “la storia del dolore” dello Stato d’Israele, la cui breve esistenza è stata scandita da numerosi conflitti bellici e da centinaia di attacchi terroristici. Ma è su un punto in particolare che Barnea si sofferma, e cioè come l’ondata del terrorismo palestinese abbia modificato la cultura del lutto nel paese. Un cambiamento drastico nella mentalità, che ha visto i soldati caduti in guerra perdere quella sorta di “diritto d’esclusiva” che detenevano fino a quel momento. Almeno in teoria però, perché nei fatti le istituzioni politiche hanno un atteggiamento ambivalente nei confronti delle vittime degli attentati terroristici. Da un lato la guerra spietata nei confronti di Hamas, dall’altro il trattamento (anche economico) di secondo livello che viene riservato alle vittime di questi attacchi rispetto ai caduti in guerra. Parole forti (anche se Barnea sottolinea che è in atto un miglioramento della situazione per le vittime civili), che scuotono le coscienze. Ne rimane colpito Mario Calabresi, chiamato a parlare del terrorismo in Italia. La sua è una disamina molto amara. “In questo paese, almeno fino a pochi anni fa, c’è stata una vasta memorialistica dei fatti e dei gruppi terroristici. È totalmente mancato, invece, il ricordo delle vittime”. Tanto che fino al 2006 nessun organo dello Stato sapeva quantificare il numero dei morti per mano del terrorismo (“rosso” e “nero”). “Finalmente adesso sappiamo che sono quattrocento”, spiega Calabresi. “Quattrocentouno”, interviene Riccardo Pacifici. Chiaro il riferimento a Stefano Gaj Tachè, il bambino romano ucciso in un attentato di matrice palestinese nell’ottobre del 1982. Un episodio che sembra essere scomparso dalla coscienza collettiva italiana. Calabresi annuisce e attacca nuovamente le istituzioni politiche italiane: “È stato possibile calcolare il numero delle vittime, adesso c’è bisogno di un luogo dove commemorare i caduti”. Frase che sottolinea come, quando nel nostro paese si parla di questo argomento, ci siano ancora delle enormi lacune da colmare. L’episodio dell’attentato alla Grande Sinagoga di Roma, precedentemente rammentato da Pacifici, viene ripreso da Maurizio Molinari. Citando un discutibile editoriale scritto da Eugenio Scalfari il giorno successivo alla strage, che sottolineava come in Italia, a suo parere, non vi fosse un sentimento antisemita crescente nella popolazione (era l’anno di Sabra e Chatila e una bara era stata lanciata di fronte alla Grande Sinagoga di Roma qualche mese prima), parla di “difficoltà di essere compresi nel proprio dolore”. Dolore e lutto che hanno recentemente messo in discussione anche la mentalità americana, fortemente permeata di valori positivi. Una mentalità che Molinari conosce bene, in quanto risiede da vari anni negli States. Ma il motto “United we stand” ha retto, e l’espressione di questi valori positivi è evidente con l’esposizione di migliaia di bandiere a stelle e strisce nei luoghi delle stragi. Ed è proprio dagli Stati Uniti che arriva la grande speranza di un mondo senza terrorismo (o quantomeno con un calo considerevole di esso). “Questa speranza i chiama Barack Obama ed il suo messaggio che parla di una società fondata su valori cristiani, ebraici e musulmani è la giusta sfida del presidente statunitense al terrorismo islamico”.
Adam Smulevich