Vent’anni dalle Intese – La minoranza ebraica in Italia fra legge, pluralismo e identità religiosa

In che modo la fioritura culturale e la riscoperta identitaria che hanno caratterizzato l’ebraismo negli ultimi vent’anni può esser messa in relazione con la firma dell’Intesa ebraica con lo Stato italiano? Può la stabilità della condizione giuridica e l’uguaglianza dei diritti aver avuto un riflesso nell’apertura del mondo ebraico verso la società italiana?
Sono questi alcuni fra gli interrogativi emersi nel corso del convegno di studi “Il ventesimo anniversario dell’Intesa ebraica”, organizzato dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (Cdec) e dalla Facoltà di Giurisprudenza di Roma Tre, con il patrocinio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (nell’immagine Arrigo Levi, Renzo Gattegna e Claudia De Benedetti al convegno).
Come affermato dal professor Giorgio Sacerdoti, giurista e presidente del Cdec: “L’intesa impose alle comunità di attivarsi e competere per mantenere l’identità religiosa e la coesione sociale pur nel rispetto del pluralismo interno”, costituì quindi per l’ebraismo non soltanto un punto di arrivo ma di partenza. Fu un punto di arrivo perché assicurò nel concreto la piena uguaglianza dei diritti che dalla Carta Costituzionale erano riconosciuti formalmente, ma fu anche un punto di partenza perché riconobbe all’ebraismo italiano l’autonomia statutaria, rendendolo concretamente autonomo.
“Il riconoscimento dell’autonomia statutaria segnò la fine dei controlli statali e l’affermazione dell’originarietà dell’ordinamento ebraico, non più emanazione dello Stato ma espressione di un autogoverno che affonda le sue radici nella tradizione ebraica”, così ha scritto il giurista Guido Fubini in un messaggio inviato per l’occasione vista l’impossibilità a partecipare fisicamente al convegno.
L’Intesa segnò quindi per l’ebraismo italiano l’inizio dell’indipendenza e della possibilità di auto-organizzarsi senza limitazioni e controlli esterni.
Redatta nel 1987 e convertita in legge due anni dopo, diede attuazione ai principi e alle norme della Costituzione italiana e, come affermato dal presidente Ucei Renzo Gattegna, costituì per gli ebrei “la riconquista della libertà, la fine del periodo più tragico della loro storia e la salvezza da quel genocidio scientificamente pianificato e attuato che chiamiamo Shoah”. “Ma non è possibile comprendere in pieno l’umiliazione, la rabbia e l’incredulità con la quale gli ebrei subirono l’emanazione e l’attuazione delle leggi razziste – ha spiegato Gattegna – se non si ricorda la generosità e l’entusiasmo con i quali essi avevano partecipato alla costruzione dello Stato unitario, di cui furono una componente essenziale combattendo nelle guerre risorgimentali e nella Prima Guerra Mondiale”.
L’Art. 17 dell’Intesa definisce le comunità “formazioni sociali originarie” i cui compiti investono l’intera vita ebraica in conformità a una tradizione millenaria. Quindi l’Intesa ebbe il merito di “rendere compatibili due ordinamenti”: l’aspetto religioso in primis ma anche l’estensione al controllo delle istituzioni. L’intesa infatti non regola soltanto il culto ma anche, fra le altre cose, l’educazione ebraica, prevede il diritto per gli studenti ebrei di esser dispensati dall’ora di religione cattolica nelle scuole e il diritto dei dipendenti statali e privati al riposo sabbatico.
L’Intesa non ha soltanto inciso profondamente nella vita delle comunità ebraiche ma anche nella percezione che i cittadini italiani hanno dell’ebraismo. La condanna della Shoah e di ogni forma di antisemitismo sono divenuti patrimonio comune della società italiana, così come il riconoscimento e l’interesse ritrovato per quegli innumerevoli beni culturali ebraici, ciò a contribuito all’istituzione della Giornata della Memoria e della Giornata europea della cultura ebraica.
Il convegno non si è quindi limitato all’esame dell’Intesa nella sua componente strettamente giuridica ma, come affermato dal professor Carlo Cardia, docente di Diritto ecclesiastico dell’Università di Roma Tre, è andato volutamente oltre. “Il dato giuridico in questo convegno verrà esaminato assieme a ciò che ha preceduto ed è seguito a quegli storici accordi”, così Cardia ha inaugurato la giornata di studi.
“Nel nostro Paese si va sviluppando da tempo un pluralismo religioso consistente, aperto a diverse preferenze e tradizioni, garantito da principi costituzionali di laicità e libertà religiosa – ha spiegato ancora il professore di Diritto ecclesiastico nel suo intervento – ma il nostro è un pluralismo acerbo, segnato da polemiche che investono i rapporti fra le confessioni, al quale lo Stato cerca di rimanere estraneo, e che costituisce l’eredità della nostra storia nazionale.Ho sempre pensato che l’attuazione dell’articolo 7 e dell’articolo 8 della Costituzione, oltre a rendere operante il principio di eguale libertà delle confessioni, potesse svolgere anche la funzione di rasserenare il clima dei rapporti interconfessionali, facendo crescere il dialogo tra le religioni, superare almeno le punte più aspre di una polemica che da noi si trascina più che altrove. Naturalmente ciò in parte è avvenuto. E’ avvenuto proprio nel rapporto tra cristiani ed ebrei, ad esempio con gli incontri indimenticabili tra Giovanni Paolo II, la Comunità Ebraica di Roma, il suo Rabbino Capo Elio Toaff”. “D’altra parte l’ Intesa – ha spiegato ancora Cardia – è frutto della storia millenaria degli ebrei italiani e costituisce il portato della raggiunta emancipazione e integrazione nella società italiana e ha riconosciuto l’apporto storico e culturale che essi hanno saputo dare alla società italiana ed è quindi a suo modo un unicum difficilmente estendibile ad altre confessioni religiose”.

Daniele Ascarelli e Valerio Mieli