Qui Torino – Maestro di vita e di giornalismo Arrigo Levi parla delle sue tante patrie
Libro di vita, testimonianza del Novecento, romanzo di formazione, esempio di giornalismo. “Un Paese non basta” di Arrigo Levi è sicuramente tutto questo ma è anche un racconto, o come ironicamente l’autore l’ha definito durante la presentazione del libro alla Fnac di Torino “un raccontone”. E’ l’intreccio fra la storia di un ebreo modenese e la Grande storia, quella che si studia sui libri, quella che Levi ha vissuto in prima persona. Non è solo un’autobiografia, ma è lo spunto per una moltitudine di riflessioni sulla realtà. La varietà di strade tracciate da “Un Paese non basta” si comprende dalle diverse interpretazioni che il lettore può darne.
Il professor Luigi Bonanate, docente della Facoltà di scienze politiche di Torino, ha sottolineato il cosmopolitismo di Levi e criticato il pericolo del nazionalismo esclusivo; quello che, in nome di una presunta origine culturale omogenea, vuole assorbire le diversità e, quando ciò non è possibile, segregarle. Non esiste la purezza italiana, “l’Italia è un crogiolo di culture, un melting pot – sostiene il professore e aggiunge – come spiega Arrigo, ebrei, veneti, napoletani, fiorentini, tutti sono diventati italiani nello stesso momento”.
Sulla problematicità del rapporto fra fascismo ed ebrei si sofferma lo storico Alberto Cavaglion. “E’ un illusione – dice lo studioso – pensare che gli ebrei si siano accorti del fascismo solo nel 1938 ” e cita il racconto di Levi sull’aggressione subita da Pio Donati, avvocato di origine ebraica, dalle squadracce fasciste, guidate Duilio Sinigaglia, anch’egli ebreo.
“Levi ci ricorda con forza e decisione – sostiene il giornalista de La Stampa Mimmo Candito – che non è possibile mettere sullo stesso piano partigiani e fascisti come qualcuno ha cercato di fare. Non è possibile dire: erano tutti colpevoli o tutti innocenti”. D’accordo con Candito e Levi, un’altra firma importante del giornalismo italiano, Andrea Casalegno: “Tra giusti e ingiusti ci si divide. Non si può mettere sullo stesso piano chi combatte per difendere la democrazia con chi la attacca. Arrigo, forse anche grazie al fatto che nella cultura ebraica non vi è spazio per il perdonismo, delinea in modo marcato il confine fra queste due categorie”. Non è mai giustificata l’offesa dell’identità altrui e a proposito viene ricordata la frase del padre di Levi, Enzo: “Sacrificherò il mio interesse se in questo modo eviterò di fare del male agli altri”.
Al termine degli interventi degli amici e colleghi, Levi sorride e rassicura ironicamente il pubblico torinese: “Non sapevo di aver scritto un trattato di filosofia. Hanno reso questo libro quasi illeggibile, in realtà è molto scorrevole e facile”, poi aggiunge “Ovviamente sto scherzando, mi riconosco in tutto ciò che è stato detto fin’ora”. Poi una riflessione sul titolo: “Un paese non basta a nessuno, nemmeno a voi. Viviamo nella globalizzazione, termine cupo e quasi spaventoso; viviamo in un mondo globale, in un grande gioco in cui io dipendo da te e tu da me”. Sicuramente al grande giornalista un paese non è bastato, ha vissuto in Argentina, in Inghilterra, in Israele, in Russia e “tutti questi posti, che ho amato, sarebbero potuti essere la mia patria. Ogni paese può diventare patria” spiega Levi. Lui però una definizione di sé la dà, sottintendendo quale patria ha scelto: “Sono ebreo, modenese, italiano”. Un’identità chiara, forte, consolidata con il tempo e lungo percorsi diversi.
“Un uomo percorre tutte le strade del mondo per trovare ciò che gli serve”, scriveva il filoso inglese George Edward Moore. Levi ha percorso un’infinità di strade reali e concettuali e con il suo libro ci permette di accompagnarlo lungo quest’avventura durata una vita. Dai luoghi, dalle parole, dai ricordi di questo racconto prendiamo, consciamente o meno, ciò che ci serve.
Daniel Reichel