Zrubavel, pelle nera su schermo bianco
Zrubavel è il primo lungometraggio israeliano con cast e troupe composti interamente da israeliani di origine etiope. Girato in digitale, con mezzi minimi, questo film sprigiona quella particolare energia che contraddistingue le opere prime dei giovani di talento.
Shmuel Beru mette in scena la storia di una famiglia di immigrati Etiopi che, con grandi sacrifici, cerca di integrarsi nella realtà dello Stato ebraico.
Il capofamiglia Getei lavora come spazzino: non parla l’ebraico ma ha un figlio morto da soldato per Israele. Getei risparmia per mandare l’unico figlio rimastogli, Gil, alla Scuola militare. Una figlia è sposata infelicemente con l’ultraortodosso Issachar mentre la minore, Almaz, sogna di diventare una cantante.
L’azione si svolge per le strade di un quartiere periferico dove abitano solo immigrati etiopi. L’unica presenza altra è quella della polizia che pattuglia le strade.
Lo squallore dei condomini popolari e lo sterile paesaggio cementificato lasciano lo spazio, nelle inquadrature, alla pulsante vitalità della comunità falasha. I giovani del quartiere si ritrovano per ballare e cantare, mettere in scena spettacoli, discutere. Come in un film di Spike Lee traspare, qui, l’intenzione di mostrare una minoranza oltre i luoghi comuni.
Le difficoltà dell’integrazione rischiano di distruggere la famiglia. Getei, che vuole un’integrazione all’interno della tradizione, è pronto ad ogni sacrificio; i figli, invece, vogliono staccarsi dalla tradizione per avere la libertà di fare quello che vogliono.
Shmuel Beru è arrivato in Israele all’età di 8 anni. A scuola, nessuno dei compagni aveva mai visto prima un ragazzo di colore. Ha subito nel corso degli anni diversi episodi di razzismo. Questo è un film quasi autobiografico ma la storia che racconta è quella di tutti gli immigrati che, una volta arrivati nel loro nuovo Paese, devono ricominciare da zero e cercare di ricrearsi una nuova identità senza dimenticare quello che sono stati.
Il nipotino di Getei va in giro per il quartiere con una videocamera: vuole documentare la sua gente, raccontarne le storie, come ha fatto il suo idolo Spike Lee in America. L’autorappresentazione è una fase fondamentale nel processo d’integrazione di una minoranza. Per questo Zrubavel è un film prezioso.
Rocco Giansante