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“Disse il faraone ai suoi servitori: Si può trovare un uomo come questo in cui sia così presente lo spirito di Dio?” (Genesi 41, 38). Giuseppe spiegò i sogni al Faraone ma è possibile che la spiegazione fosse conosciuta anche dai saggi di corte. La differenza tra gli altri saggi e “l’ebreo Giuseppe” sta nel fatto che egli non ebbe timore di una possibile punizione del Faraone perché portatore di cattive notizie. Giuseppe si presenta con la fierezza e il coraggio di colui che confida e si affida totalmente al Signore e alla Sua Torà. E’ per questo che il Faraone si rende conto di essere davanti a una persona speciale. Un collegamento con la festività di Hanukkah che terminerà il prossimo Shabbat. In tutta la letteratura ebraica, biblica e post biblica, l’unico riferimento storico relativo a Hanukkah si trova nel secondo capitolo del trattato talmudico di Shabbat. Altre fonti ci hanno fatto conoscere il resto di questa storia, ma il Talmud ha voluto porre l’accento solo sulla questione dell’olio: Gli ellenisti contaminarono tutto l’olio sacro; essi volevano che la Menorà fosse alimentata da olio impuro e ciò significa, simbolicamente, che volevano che l’identità ebraica fosse diffusa con l’intromissione di elementi estranei cosicché, nel tempo, potesse perdere le sue pure peculiarità. Gli ellenisti e loro accoliti, forse avevano compreso il significato “dell’abbraccio di ‘Esaw”, che l’odiato ebraismo si può eliminare, non con la distruzione di un Tempio, di un oggetto rituale o di una persona fisica, ma innestando in esso un “virus” che col tempo lo trasformasse dal suo interno, tramutandolo in una cosa diversa. L’olio sacro dell’ampollina ritrovata durò miracolosamente tutto il tempo necessario per produrre nuovo olio sacro; i Chakhamim, a quanto pare, ci vogliono mettere in guardia ricordandoci che se siamo sopravvissuti nel corso dei secoli, è perché abbiamo avuto la capacità di produrre sempre dell’olio puro nonostante le dominanti influenze esterne. Giuseppe e la storia di hanukkah ci insegnano che per non assimilarci dobbiamo educarci alla “luce” di una “pura” identità ebraica e che, per essere rispettati, accettati o onorati, non dobbiamo adeguarla con caratteri estranei. Basta essere “puramente e fedelmente” se stessi.Chag Urim Sameach a tutti.

Adolfo Locci, rabino capo di Padova