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…beatificazione

“Com’è possibile che alla fine del 1943 il papa e i più alti dignitari della Chiesa si augurassero ancora una resistenza vittoriosa ad Est e sembrassero quindi accettare implicitamente il mantenimento, sia pure temporaneo, di tutta la macchina di sterminio nazista? Come spiegare le manifestazioni di particolare predilezione che il pontefice continuava a prodigare ai tedeschi, persino nel 1943, pur conoscendo la natura del regime hitleriano? ”Sono le due domande con cui lo storico del nazismo Saul Friedländer, chiude il suo libro ”Pio XII e il Terzo Reich” (Feltrinelli, 1965, p. 211). Chiarendo preliminarmente che la questione della beatificazione di chicchessia riguarda esclusivamente l’agenzia che la promuove ed è un procedimento volto a sottolineare l’esemplarità, di quella vita dal punto di vista del dogma e dell’adesione alla dottrina, e dunque dichiarato che la beatificazione non è un atto diplomatico, né si preoccupa dei guasti diplomatici che può produrre, queste due domande restano ancora oggi inevase. Continueranno ad esserlo anche stasera.

David Bidussa, storico sociale delle idee