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Celan e i filosofi

Per la filosofia che si propone di ricominciare a riflette dalla cesura di Auschwitz la poesia di Paul Celan è un punto di avvio. Non solo perché è una risposta al verdetto di Adorno per cui “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”. Ma perché il grande poeta, nato a Cernovitz, in Bukovina nel 1920 e morto suicida a Parigi nel 1970, ha saputo raccogliere, riprendere e riecheggiare il rantolo, il balbettio soffocato che, ad Auschwitz, rischiava di spegnersi. E ha saputo inscriverlo nella lingua tedesca – lingua della madre e lingua della morte. Un modo, sinora forse il più convincente, per dire Auschwitz e per comprenderlo. Un Gegen-Wort, una “anti-parola”, quella della poesia e dell’arte, contro ogni tentativo di fare di Auschwitz un indicibile incomprensibile, di dissolverlo nel nulla, di annientarlo ancora. Una via indicata anche alla filosofia perché finalmente, e nonostante tutto, dica e comprenda Auschwitz.
Auschwitz, la cesura che segna un prima e un poi nella nostra storia, è una sfida lanciata alla filosofia. È una sfida sia perché la spinge a rivedere i propri concetti, da quello di morte a quello di libertà, da quello di legge morale a quello di ragione, sia perché la rinvia a concetti impensati, rimasti sinora fuori dall’inventario filosofico. Ma è una sfida soprattutto perché, a partire dall’essere umano, non più umano, disumanizzato e inumano, delle vittime e dei carnefici, a partire dalla loro condizione inumana, costringe la filosofia a ripensare radicalmente la condizione umana.
Di Celan e dei filosofi si parlerà questo mercoledì, 27 gennaio, alla Facoltà di Filosofia della “Sapienza” di Roma in un convegno che ho contribuito a organizzare assieme a Edoardo Ferrario cui parteciperanno Marc Crépon, Félix Duque, Silvano Facioni, Danielle Cohen-Levinas, Vincenzo Vitiello.

Donatella Di Cesare, filosofa