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Memoria – La storia degli ebrei bulgari, parla il presidente Zhelev

“Durante la Seconda guerra mondiale, la Bulgaria fu l’unico paese europeo a preservare interamente dalla deportazione la propria Comunità Ebraica”, racconta fiero Zhelyu Zhelev (nell’immagine con in mano Pagine Ebraiche, il giornale dell’ebraismo italiano), primo presidente democratico della Repubblica bulgara. Dimitar Pesev, i patriarchi della chiesa ortodossa Kiril e Stefan, intellettuali e tante persone comuni contribuirono a salvare dallo sterminio cinquantamila ebrei bulgari. Un esempio di coraggio e solidarietà che il “presidente filosofo” Zhelev ha voluto ricordare in occasione dell’incontro internazionale a Sofia per il progetto Ue “Otherwise different”.
Il tema del meeting è sempre attuale: discriminazione e tolleranza. I protagonisti sono membri di comunità ebraiche e musulmane provenienti dalla Germania, dalla Bulgaria e dall’Italia. A loro si rivolge l’ex capo di stato, dissidente sotto il regime comunista ed eroe nazionale, invocando il dialogo fra le culture e le religioni. Non c’è convivenza civile senza il rispetto dell’altro. E, secondo Zhelev, la Bulgaria è storicamente un buon esempio di tolleranza. Altrimenti non sarebbe stato “l’unico paese europeo” a salvare tutti i suoi ebrei. “I patriarchi della chiesa ortodossa” ricorda nel suo discorso il presidente “dissero al governo collaborazionista ‘se deportate gli ebrei bulgari, noi ci sdraieremo sulle rotaie per impedirvelo’. Molte dimostrazioni e pressioni, in particolare durante il 24 maggio (festa della cultura bulgara) furono fatte perché venisse revocato l’ordine di far partire i treni della morte”.
A lungo la storia degli ebrei bulgari fu praticamente dimenticata. A riguardo Zhelev racconta, con note di ironia e amarezza, quanto accadde nel 1993 durante l’inaugurazione del Museo dell’Olocausto di Washington. “In uno dei discorsi ufficiali” spiega l’ex presidente “ Clinton menzionò i paesi e i movimenti di resistenza che contribuirono a salvare le comunità ebraiche europee. Ricordo che citò due volte la Danimarca, mai la Bulgaria. Sulla nostra storia non fu detto niente, nemmeno un accenno”. Il tono di voce si fa più risoluto “furente tornai nella stanza in cui alloggiavo e scrissi una lunga lettera al presidente americano, minacciando di andarmene se il mio paese non avesse ottenuto riconoscimento pubblico che meritava. Al Gore e Clinton mi diedero immediatamente un appuntamento e mi chiesero il motivo della mia rabbia. Capirono. Il giorno dopo la Bulgaria comparì nel discorso ufficiale. Persino prima della Danimarca”.
Su una questione profondamente spinosa Zhelev però sorvola, dando una spiegazione un po’ labile. Non si possono dimenticare gli 11384 ebrei della Macedonia e della Tracia, zone sotto il controllo del regno bulgaro, che furono deportati e uccisi a Treblinka nel 1943. Secondo l’ex presidente quella era un’azione segreta condotta dai nazisti, per cui non si può imputare al governo bulgaro la responsabilità di quelle morti. Il caso meriterebbe una riflessione più articolata perché, come ricorda Gabriele Nissim nel suo “Il tribunale del bene”, “era noto che le operazioni di deportazione erano state messe in atto dall’apparato e dalla burocrazia bulgara”.
La Bulgaria ha avuto il grande merito di difendere e salvare la sua comunità ebraica. E’ giusto ricordarlo. Purtroppo però non ci furono solo i Dimitar Pesev. Il parlamento bulgaro, di concerto con i nazisti, approvò nell’agosto del 1940 la “legge per la protezione della nazione”, norma di impronta decisamente antisemita. La stella gialla era obbligatoria; centinaia di giovani ebrei furono mandanti in campi di lavoro; oro e gioielli venivano regolarmente confiscati; la vicenda degli ebrei della Tracia e della Macedonia. E’ giusto ricordare anche questo.

Daniel Reichel