Qui Milano – Rav Arbib racconta la sua visita a San Vittore

La situazione delle carceri in Italia, il sovraffollamento, la qualità della vita dei detenuti, la loro rieducazione è un problema di grande urgenza nel nostro paese. Il rabbino capo di Milano Alfonso Arbib si sofferma sul punto di vista dell’ebraismo sulla questione, dopo aver partecipato al momento di riflessione al carcere di San Vittore in occasione del Giorno della Memoria organizzato da Comunità ebraica, Anpi, Aned e sindacati.
Rav Arbib, esiste un particolare approccio al problema e alla gestione delle carceri nella tradizione ebraica?
In realtà è difficile definire una posizione dell’ebraismo riguardo a questo tema, perché la reclusione non è una sanzione prevista nella Torah. Nella legge ebraica non esiste il concetto di prigione. C’è solo un episodio in cui si configura una specie di pena detentiva. Durante i quarant’anni nel deserto, un uomo taglia alcuni rami da un albero durante lo Shabbat. Mosè non sa quale sanzione infliggergli e così si rivolge a D-o perché gli fornisca la risposta. Nell’attesa tuttavia, l’uomo viene imprigionato, una sorta di “carcerazione in attesa di giudizio”. Il fatto che la detenzione non sia contemplata come sanzione tipica, non significa che prevedere un sistema carcerario, come ovviamente fa anche l’ordinamento israeliano, sia in contrasto con la Torah. In essa viene infatti specificato che è possibile per il re, quindi in senso più ampio, per lo Stato, configurare delle pene diverse e ulteriori rispetto a quelle lì elencate.
A San Vittore ci sono talvolta dei detenuti di religione ebraica?
Può capitare. La legge italiana garantisce l’assistenza religiosa e riconosce la possibilità ai ministri di culto di stare vicino ai detenuti, quindi anche i rabbini portano la loro assistenza. Possiamo far pervenire pasti Kasher e provvedere ad altre necessità di questo tipo. I rapporti con l’autorità penitenziaria sono buoni. Non ci sono mai stati problemi.
Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, ricorda come i detenuti di San Vittore, dove fu rinchiusa quaranta giorni con suo padre, siano stati gli ultimi esseri umani che incontrò prima della deportazione, perché capaci di esprimere la loro compassione e solidarietà, in contrasto con l’indifferenza o l’ostilità del resto della città di Milano. Quale significato ha avuto celebrare il Giorno della Memoria a San Vittore?
Quest’anno è stato deciso di portare al carcere di Milano l’evento per il Giorno della Memoria che tradizionalmente la Comunità ebraica organizza insieme a Aned, Anpi e sindacati, e penso che l’idea sia stata positiva. Da San Vittore sono passati gli ebrei, ma anche i partigiani, gli oppositori politici. È un luogo importante di memoria condivisa. Mi è piaciuto vedere la partecipazione della gente. È stato anche ricordato un aspetto molto importante e forse un po’ trascurato nell’ambito della riflessione sulla Shoah, quello del trauma che subiva chi, innocente, che fino a poco tempo prima non aveva mai neanche lontanamente considerato la possibilità di subire un arresto, si ritrovava in carcere, trattato come un delinquente, privato di dignità e libertà.

Rossella Tercatin