Torah oggi – La responsabilità verso l’offerente
I disastri che hanno colpito di recente l’umanità (come il terremoto di Haiti) hanno spinto e spingono lo Stato d’Israele e gli ebrei a impegnarsi in azioni, che potremmo definire di kiddùsh hashèm (consacrazione del Nome). E’ opportuno chiedersi quali siano i principi cui ci si deve ispirare in tutti i casi in cui un privato dà un contributo o un’offerta a una istituzione pubblica.
La mitzvà ama il prossimo tuo come te stesso va intesa nel senso che ognuno deve comportarsi verso il prossimo, anche non ebreo, nello stesso modo in cui il prossimo farebbe nei suoi confronti, e questo, quanto meno, mishùm darkhè shalòm, cioè per la convivenza pacifica tra vicini. Quindi, in linea di principio, la zedakà – la giusta azione di solidarietà – deve essere manifestata nei confronti di ogni bisognoso; quando la situazione impone delle scelte, si deve dare la precedenza alle persone a noi più vicine (i parenti – a cominciare da quelli più prossimi, gli abitanti della propria città, ecc). Accanto alla zedakà, che è un atto dovuto, c’è il hèsed (atto gratuito di amore), che è un’azione volontaria molto mertevole.
Una istituzione non può cambiare la destinazione di un’offerta o di un atto di zedakà fatta da un privato (ebreo o meno): infatti, secondo la halakhà, a meno che non ci sia una diversa dichiarazione esplicita (ad esempio per i terremotati), chi fa un’offerta ha intenzione di destinarla alla propria città o comunità. Quindi, chi utilizza una zedakà o un’offerta per uno scopo o per una città diverse da quelle cui erano state destinate compie un atto illecito, una sorta di furto.
Anche le offerte fatte da non ebrei per una comunità o per un progetto ebraico godono di un trattamento simile, sia per il principio della reciprocità, sia perché il furto è proibito secondo Le Sette Leggi di Noè valide per tutta l’umanità. Anzi, in quest’ultimo caso, un ebreo che utilizza un’offerta per uno scopo diverso da quello presumibilmente stabilito dall’offerente non ebreo, può commettere una trasgressione ancora più grave, assimilabile al khillùl hashèm (profanazione del Nome).
Come ebrei e come cittadini abbiamo il dovere di combattere gli abusi in questo campo.
Rav Scialom Bahbout