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La Polonia guarda in faccia il suo passato

I pregiudizi si stanno pian piano sgretolando, il rapporto tra ebrei e polacchi ha inaugurato un novo corso. È l’ottimistica tesi che Jaques-Yves Potel, docente universitario esperto di storia della Mitteleuropa, consigliere culturale presso l’Ambasciata di Francia a Varsavia, sostiene nella sua ultima fatica letteraria, La fine dell’innocenza: la Polonia faccia a faccia col suo passato ebraico.
Si tratta del risultato di una ricerca che lo studioso ha condotto sul lavoro che la società polacca compie nei confronti della memoria della Shoah, e sull’influenza che questo ha sul rapporto con gli ebrei di oggi. I polacchi hanno cominciato seriamente a riflettere sul fatto che il loro popolo, prima della guerra, contava 3 milioni e 300 mila ebrei.
Ritiene Potel che si stia pian piano diffondendo la consapevolezza delle responsabilità del popolo nello sterminio degli ebrei, dell’oscuro passato antisemita della Polonia. Lo spartiacque è stato un discorso storico fortemente autocritico pronunciato dal Presidente della Repubblica polacca nel 2001: dal momento in cui è stato divulgato radiotelefonicamente qualcosa è cambiato. Sono fiorite iniziative volte alla promozione della conoscenza della cultura ebraica, si è diffuso un vivo interesse, anche fra i giovani, per il passato ebraico della Polonia. Artisti, giornalisti e intellettuali si sono interessati al tema della memoria. C’è stato un vero e proprio salto di qualità nel dibattito pubblico dei polacchi sulla loro storia recente.
Solo da quel momento la società ha superato il clichè, derivato da Singer e Chagall, dell’ebreo con peot e caffettano nero. Attraverso l’elaborazione delle proprie responsabilità il popolo polacco sta imparando a riconoscere i suoi concittadini ebrei per quello che sono: una minoranza, ormai esigua, assai variegata, con le sue tradizioni alle spalle e una progettualità in continuo divenire invece che un’identità fossilizzata. Questo aiuta, se ancora ce ne fosse bisogno, ad insegnare che gli ebrei sono cittadini dell’aperta e pluralista società polacca a tutti gli effetti. E ad abbandonare definitivamente il preconcetto che fa dell’ebreo uno straniero di cui diffidare. Il dibattito, è convinto Potel, favorisce la piena legittimazione delle minoranze. “La lotta contro i pregiudizi, per riportare alla luce il passato riconoscendo i propri errori apre la via ad una riconciliazione tra ebrei e polacchi”, scrive.
“Il sangue ebraico imbeve la terra polacca, resta sui suoi muri”: lo storico si rende conto che è un processo doloroso quello che mette in questione l’innocenza di un popolo, per lunghi decenni sbandierata. Tuttavia è necessario guardare onestamente in faccia il proprio passato, e i polacchi se ne stanno accorgendo. Anche a costo di lanciare accuse alle istituzione politiche, alla Chiesa cattolica, a totto il popolo testimone. È una questione che riguarda la definizione dell’identità polacca stessa.
Questo mutamento culturale della società chiama in causa direttamente anche gli ebrei. Per molti di loro infatti la via dell’integrazione nella società postbellica della Polonia è passata per l’assimilazione. Larga parte, dei pochi sopravvissuti, ha abbandonato le proprie tradizioni. Ora, la riscoperta dell’antico e vitale ebraismo polacco, più che decimato dalla barbarie nazista, può segnare un cambio di rotta anche in questo senso: molti ebrei avranno l’occasione di recuperare le loro radici senza più temere l’emarginazione sociale. È la prima volta, dopo molto tempo, che è realistico prefigurarsi un avvenire per l’ebraismo polacco.
Jean-Yves Potel, La fin de l’innocence: la Pologne face à son passé juif, Éditions Autrement, 290 pagine, 22 euro.

Manule Di Segni