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Gira in rete un testo su Mussolini tratto dal diario di Elsa Morante e datato 1 maggio 1945 che molti leggono come se parlasse di Silvio Berlusconi. E’ un testo di culto, eppure non è un inedito, sta in un libro edito nel 1988 in una collana prestigiosa di Mondadori, è presente in molte biblioteche, eppure nessuno se ne è accorto per vent’anni. Aveva ragione Roland Barthes: non ci sono attenti studiosi che trovano testi o invitano attraverso commenti, magari anche scritti non solo pochi decenni, ma secoli fa, a pensare il proprio tempo. Alla rovescia i testi leggono noi. Vale per l’uso che ciascuno fa dell’enorme mole di racconti e commenti che accompagnano l’interpretazione di qualsiasi testo. Non ci sono letture giuste o letture sbagliate. Ci sono commenti, riflessioni morali spiegate con racconti, che ciascuno di noi sceglie e ripete in un tempo diverso da quello in cui quei testi furono pensati e scritti perché quelle parole esprimono più significativamente di altre il proprio modo di vivere, capire e spiegare il proprio tempo. Un commento non ha il compito di svelarci il significato recondito di un testo, anche se spesso questo è ciò che dichiara di voler fare e questo è ciò che afferma chi lo presenta e lo cita. Ma dice molto circa il meccanismo mentale di chi lo cita e lo usa. Non vale solo per Elsa Morante, vale per qualunque testo dietro il quale ciascuno di noi si nasconde per far parlare attraverso quel testo o quel commento, la propria immagine del mondo, il proprio modo di stare al mondo e dire, più o meno furbamente e in maniera ammiccante, da che parte sarebbe bene stare.

David Bidussa, storico sociale delle idee