Gattegna: “Chiarezza e stabilità per proseguire assieme”

Sono trascorse poche settimane dalla storica visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, che si è svolta in un clima di comprensione e di amicizia dopo le gravi divergenze che avevano fatto salire la tensione e creato il timore che la visita stessa potesse essere soggetta a contestazioni.
La realtà è che le relazioni tra ebrei e cattolici negli ultimi anni, pur in un complessivo miglioramento, sono state caratterizzate da una continua alternanza di fatti positivi e negativi.
Sembra quasi che, pur con le migliori intenzioni di entrambe le parti, di proseguire nel cammino del dialogo nel reciproco rispetto e nella pari dignità, il peso di 2000 anni di contrasti, di incomprensioni e di pregiudizi tenda a prendere, talvolta, il sopravvento.
Gli esempi sono numerosi: la revoca della scomunica ai seguaci di Lefebvre, fra i quali si è distinto il negazionista della Shoah, Williamson; la reintroduzione del testo originale in latino della preghiera del venerdì di Pasqua, che contiene l’auspicio della conversione degli ebrei; il riconoscimento delle virtù eroiche a Pio XII prima ancora che avvenisse l’apertura degli archivi storici.
È giusto riconoscere che per alcuni di questi eventi l’impulso non è venuto dal vertice della Chiesa cattolica, tanto che il papa è successivamente intervenuto, con determinazione ed efficacia, per svolgere un ruolo di esegesi e chiarificazione.
La verità è che nell’epoca storica che viviamo, da una parte non è più concepibile che si ripetano esplosioni di intolleranza religiosa e ideologica o conflitti armati finalizzati ad imporre l’egemonia di una civiltà sulle altre, dall’altra sembrano crescere e rafforzarsi tendenze integraliste e fondamentaliste.
Gli ebrei ritengono che il costruttivo dialogo e l’incontro in uno spirito di riconciliazione siano progressi di inestimabile valore che iniziarono 50 anni fa sotto il pontificato di Giovanni XXIII e trovarono una solenne affermazione nella dichiarazione Nostra Aetate, promulgata nel 1965 alla quale hanno fatto seguito gesti e dichiarazioni di grande rilevanza da entrambe le parti. Ora che i primi passi sono stati compiuti, sarebbe necessario eliminare qualsiasi forma di improvvisazione e procedere alla programmazione di un preciso percorso; sarebbe anche opportuno creare organismi e strumenti di agile comunicazione e consultazione per evitare che, in futuro, equivoci, incomprensioni o divergenze interpretative allontanino il raggiungimento del fine comune, il consolidamento di un’amicizia e di una fratellanza vivamente desiderate dalla grande maggioranza dei fedeli delle due religioni.
L’ultimo esempio che dimostra quanto sia necessaria una migliore comunicazione è l’episodio delle inopportune frasi e dell’inappropriato accostamento contenuti nel discorso del predicatore cappuccino Raniero Cantalamessa, che hanno suscitato lo sdegno e le giuste rimostranze delle Comunità ebraiche.
Questo susseguirsi di errori a volte gravi, a volte banali, a volte non voluti, ma sempre negativi, produce danni che non vengono cancellati dalle successive rettifiche affidate al Portavoce vaticano; anche queste rettifiche interpretative fanno parte ormai di un rituale scontato che sta perdendo la sua efficacia per eccesso di utilizzazione. Sarebbe necessario, quindi, introdurre due novità per interrompere questa serie di incomprensioni. La prima è di carattere teologico o ideologico: la Chiesa cattolica, oltre a eliminare dalla liturgia pasquale la preghiera che auspica la conversione degli ebrei, dovrebbe emettere una dichiarazione chiara e definitiva di rinuncia alla conversione stessa. La seconda è di carattere metodologico: l’istituzione di organismi, commissioni, gruppi di studio, che lontani dal clamore dei mezzi di comunicazione lavorino in silenzio e profondità per proseguire in tutti i chiarimenti necessari nel rispetto della ferma determinazione di entrambe le parti a rimanere fedeli ai propri principi e ai propri valori.

Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane