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purità…

“Questa è l’insegnamento riguardo ogni macchia di tzara’at e alla tigna, alla tzara’at dell’abito e della casa…per insegnare quando si sia puro e quando si sia impuro…” (Vaiqrà 14:54-57). Yesha’ia Ben Avraham Ha-Levi Horowitz (1570-1630) sostiene che l’individuo è composto di tre strati: l’anima – la parte più interna – il corpo – quella di mezzo – i suoi averi – la parte esteriore. Queste elementi costituiscono gli strumenti che, se usati correttamente, portano l’uomo alla shelemut, la perfezione. A sostegno di questo pensiero, nella Torà è scritto che quando Giacobbe arrivò a Shechem, vi arrivò shalem, perfetto, e i commentatori spiegano: completo nel corpo, nelle facoltà e nell’anima. Tuttavia, questi parti sono soggette, se usate impropriamente, all’impurità e la parashà di questa settimana ci presenta varie casistiche al riguardo: la perfezione dell’anima può essere intaccata dall’impurità di un morto (provocata dall’assenza dell’anima); l’impurità del corpo è causata dalla tzara’at (lebbra) e dalla zivà (blenorragia); il depauperamento degli averi è rappresentata da forme di piaghe che colpiscono gli abiti, la casa o altri oggetti. Se da una parte è nostro dovere purificare ognuna di queste imperfezioni per proseguire nel nostro scopo di raggiungere la perfezione come fece Giacobbe, dall’altra è proibito rinunciare alla purità, anche di una sola di queste componenti, restando consapevolmente mancanti.

Adolfo Locci, rabbino capo di Padova