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I marrani, un’identità negata e incompleta

Nell’antica Sefarad si calcola che in un quarto di secolo, dal 1391 al 1415, la comunità ebraica perse almeno centomila membri. Nacque la figura ibrida e complessa dei “marrani”. Il battesimo forzato si rivelò una barriera insuperabile che segnò il destino dei marrani, li separò dalla comunità, senza offrirgliene una nuova, li bandì in una terra di nessuno, chiusi nel mezzo tra ebraismo e cristianesimo, li destinò ad una tensione irrisolvibile, ad una scissione che li lacerò prima ancora di ogni tortura.
Così i marrani furono improvvisamente l’“altro” rispetto ai cristiani, ma anche rispetto agli ebrei. Sensi di colpa, rimorso e privazione, inadeguatezza, non-appartenenza, estraneità, impossibilità di essere sé, li accompagnarono nella loro storia secolare. Furono condannati ad una identità negata e incompleta, ad un sé scisso e frammentato.
Soffrirono per un triplo esilio: come ebrei erano esiliati da Sion; come conversos erano esclusi dalla vita ebraica; come giudaizzanti sopravvivevano in un ambiente sempre più ostile, circondati da spagnoli in cerca di “identità” autentica e purezza del sangue. Esiliati nell’esilio, si considerarono ebrei potenziali per aspirazione, per il loro persistere in un ebraismo sempre più privato di contenuti, un ebraismo per sottrazione. Scherniti dai cristiani, perché non riconoscevano che il messia era già venuto, non abbandonarono mai la “esperanza” nel loro Messia, una speranza che cedeva spesso a una nostalgia verso un passato immemoriale, ma che non si spense mai e restò, ancora nel Novecento, una delle poche indelebili tracce del marranesimo.
Un nuovo capitolo dell’ebraismo italiano potrà essere scritto quando ai marrani del sud verrà concesso il riscatto e il ritorno che hanno atteso.

Donatella Di Cesare, filosofa