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Accadde a Novara

Accadde a Novara. La settimana scorsa una donna viene multata di 500 euro perché indossa il burqa, il velo integrale islamico, che rende «difficoltosa la sua immediata riconoscibilità suscitando disorientamento, situazione di insicurezza e disagio con chiaro potenziale pregiudizio della tranquilla e pacifica convivenza». La vicenda scatena la solita querelle sul velo islamico e sulla decisione del sindaco di proibire questo indumento. I vigili si comportano molto civilmente e, volendo procedere al riconoscimento della signora, accettano di chiamare una collega donna per svolgere le operazioni di rito.
Ciò che sconvolge è il seguito. Il marito afferma candidamente quanto segue: «La multa la pagherò, anche se i soldi sono tanti. Peccato, però, per mia moglie, che esce solo una volta alla settimana per andare in Moschea, e che da oggi dovrà rimanere sempre a casa». Una dichiarazione agghiacciante, fatta quasi con rassegnazione, che apre uno squarcio terribile sulla condizione di molte donne immigrate, del tutto escluse da un percorso di integrazione culturale, linguistica, sociale.
Torniamo alla polemica sul velo. Siamo tutti d’accordo che il burqa, rispetto ad altri tipi di velatura islamica (per esempio quello che copre la capigliatura), sia contrario alle norme sull’ordine pubblico e anche alla nostra sensibilità verso i diritti delle donne. Ma la vicenda di Varese ci spiega qualcos’altro. Fare proclami tonitruanti ed emanare ordinanze da sceriffi sul velo aiuta probabilmente a raccogliere qualche voto in più, ma non serve a nulla rispetto alla vera sfida: mettere insieme delle politiche che, definendo e promuovendo uguali diritti e doveri, siano in grado di garantire i primi (cittadinanza, lavoro, casa, cure, servizi pubblici e sociali…) e punire il mancato rispetto dei secondi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas