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Carta e penna per combattere

Quando uscirono le lettere dal carcere di Vittorio Foa (Lettere della giovinezza, a c. di Federica Montevecchi, 1998), nessuno si accorse della centralità che l’ebraismo ha in quella corrispondenza famigliare. E dire che sarebbe bastato fare attenzione alla prima lettera, datata 17 maggio 1935, vigilia di un sabato: “Stasera è venerdì e voi vi riunirete a pregare intorno alla lampada – ed io, per quanto lontano, riceverò come se fossi presente l’ambita benedizione di papà”. Nel definire la qualità di una causa, il grado di consapevolezza di coloro che s’accingono a compiere determinate azioni è fondamentale. Ogni scelta politica possiede un grado di consapevolezza. Ebraismo e antifascismo non si sottraggono al dilemma. Il combinarsi di due (o più) variabili è un calcolo non semplice da fare. Nel nostro caso, la militanza politica, relativamente semplice da enucleare, andava ad associarsi a una componente, quella ebraica, che per definizione è un poliedro, il cui lato politico ha un suo indubbio rilievo, ma non è preponderante (l’ebraismo non ha – non dovrebbe avere – tessere, regolamenti, articoli statutari o decreti governativi cui attenersi, per definire chi è ebreo e chi non lo è). Per misurare questo grado di consapevolezza in Vittorio Foa, e uscire dalle astrazioni che di solito accompagnano i tentativi che in passato si sono fatti per spiegare il binomio ebraismo-antifascismo, la corrispondenza famigliare è indispensabile. Esiste un denominatore comune fra gli eventi che portarono al processo, al confino e in carcere Vittorio Foa oppure Umberto Terracini e Emilio Sereni, Sion Segre e Leone Ginzburg, Eugenio Colorni, Max Ascoli, Gino Luzzatto, Fabio Luzzatto, Carlo e Nello Rosselli, Raffaele Cantoni e Dino Gentili, ma si tratta di un denominatore sfuggente. Di solito sono circolate spiegazioni rassicuranti che hanno fatto riferimento a categorie storiografiche piuttosto labili (il rigorismo etico) o del tutto ovvie (per esempio, i network famigliari). Mentre a livello di organismi istituzionali, comunitari è lecito parlare di “fascismo ebraico”, essendo agevole trovare riscontri che comprovano l’esistenza di una teoria ebraica dello Stato etico, la scelta antifascista non è mai diventata una elaborazione autonoma, piuttosto rimase confinata a livello delle singole individualità, ciascuna con un suo percorso non assimilabile ad altri. Non è possibile ricostruire una trama comune perché la religione della libertà, alla quale i protagonisti dell’antifascismo ebraico si convertiranno, incluso Foa, sarà sempre quella di Croce, non la narrazione di Esodo.

La fonte biblica del viaggio verso la terra promessa, interpretata per secoli come metafora di ogni processo di liberazione, alla base di tantissime forme di radicalismo politico, come ha dimostrato Michael Walzer, non incise per nulla sul binomio ebraismo- antifascismo. Si può dunque parlare di una eclisse di Esodo. Nella scelta antifascista l’ebraismo subentra in un secondo momento. Come per tutti gli altri antifascisti ebrei, anche per Vittorio Foa vale il diagramma del prius e del posterius, a suo tempo tracciato da Piero Treves, uno storico dell’età classica, che aveva iniziato a districare il nostro groviglio già quando, esule, fuggiva dall’Italia. In un saggio non privo di tonalità autobiografiche, composto al termine della sua vita, pur ammettendo che il numero degli ebrei antifascisti sia stato, in proporzione, di molto superiore alla media nazionale, non poteva evitare di domandarsi: “Gli ebrei che rischiavano la libertà erano o in quale misura erano ebrei? Ed erano venuti all’antifascismo dall’ebraismo o non piuttosto, a prescindere dal mero fatto anagrafico, all’ebraismo dall’antifascismo?”. La seconda alternativa gli sembra la più valida: l’ebraismo rappresenta “la conseguenza e non la matrice della loro condotta”. Le lettere dal carcere di Vittorio Foa documentano, giorno dopo giorno, questo itinerario a ritroso, compiuto nelle stesse settimane in cui l’Italia stava precipitando verso l’antisemitismo di Stato. Israel è, ad esempio, uno dei primi giornali che Vittorio Foa chiede (invano) di poter leggere in cella. Andrebbe fatta una lettura intertestuale di questo epistolario e quello di Ernesto Rossi: della campagna razziale del 1938 i due compagni di prigionia riferiscono all’unisono, ma è sicuro che entrambi considerino gli eventi dell’autunno 1938 una radicale discontinuità rispetto alla precedente storia d’Italia. Ciò dovrebbe far riflettere gli studiosi dell’antisemitismo mussoliniano. Né Rossi, né Foa pensavano che il regime fascista fosse in origine antisemita. Valga per tutti la testimonianza contenuta nella lettera di Foa del 29 luglio 1938: “all’interno non è mai esistito e non esiste sentimento antisemita altro che in pochi gruppi di intellettuali invidiosi e consapevoli della loro mediocrità”. Notevole è la curiosità – del politico e dell’economista attento ai nuovi fenomeni sociali – per il sionismo, documentato dalla richiesta di libri, ma è soprattutto impressionante la galleria dei libri letti, di cui il recluso Foa dà notizia, in forma di recensionesaggio, ai famigliari: Mann e il ciclo biblico, Kafka, Zweig, I Moncalvo di Enrico Castelnuovo, la filosofia del riso di Formiggini declinata in modo tradizionale, per esempio quando alla sorella Anna nasce una bambina, dopo tanti maschietti presenti in famiglia, Foa compone queste parole in libertà: “Non ci sarebbe da stupire che Adonai si sia messo in testa di ristabilire l’equilibrio turbato dalle eccedenze virili di 4:1 e 2:1 nelle vostre rispettive famiglie”. E’ soprattutto Senilità e La coscienza di Zeno, i due romanzi di Svevo riletti in una sorprendente chiave ebraica, in contrasto con Giacomo Debenedetti e alla vigilia della campagna razziale, in due lettere del 28 settembre e 1° ottobre 1937 (nella seconda di queste lettere si trova un notevole ricordo d’infanzia, che denota una perspicacia freudiana sorprendente). L’idea sveviana che la vita ebraica sia calda e confortevole come la vita in una serra rientra in quei parametri metaforici ebraico-joyciano-triestini, che Foa sente profondamente e assimila con straordinaria lucidità. Senza dimenticare che la malattia che affliggeva Foa durante la detenzione a Regina Coeli, il morbo di Basedow è la “facies basedowiana” di Ada nel capolavoro di Svevo: gli occhi in fuori, ciò che farà dire alla mamma di Vittorio, come è ricordato, auto-ironicamente, nell’autobiografia: “Hai perso l’unica cosa bella che avevi”. Basedow è simbolo della introspezione, ma anche della diversità, della capacità di osservare la realtà con lo sguardo asimmetrico del cavallo o della tartaruga contro la logica dogmatica della torre o di Achille nel paradosso aleatico ripreso in apertura di Questo Novecento. La tartaruga, il cavallo, la facies basedowiana sono sempre lì a indicarci il cammino. Il percorso a ritroso nella serra ebraica famigliare avviene con la memoria, che vola verso i luoghi classici della villeggiatura, Cogne e Diano Marina, ma ancora più indietro nel tempo, a Moncalvo, dove era nato il nonno Rabbino Giuseppe Levi e dove dal carcere Vittorio consiglierà i famigliari di rifugiarsi quando sta per scoppiare la seconda guerra mondiale: “Sono stato a Moncalvo pochissime volte per pochissime ore; ma mi piace moltissimo: non è solo il fascino di vecchia cittadina in progressiva decadenza, c’è forse qualche richiamo e rispondenza atavica” (lettera del 2 aprile 1939). Nella categoria della “rispondenza atavica” c’era un segno vistoso del persistente lombrosismo torinese, che contagiò lo stesso Primo Levi, ma nella calda e accogliente serra delle riscoperte ebraiche di Vittorio Foa c’è posto anche per un ospite inatteso e imprevisto: Martin Buber, il filosofo del dialogo Io-Tu, dei sentieri in utopia, tradotto in italiano subito dopo la prima guerra mondiale, in carcere affannosamente richiesto dal prigioniero con gli occhi in fuori che cercava sempre “il versante buono del mondo ”

Alberto Cavaglion, Pagine Ebraiche – maggio 2010