Manifestazioni e confusioni
Mi permetto, con umiltà, da non ebreo, di esprimere una mia valutazione riguardo ad alcune prese di posizione registrate su queste pagine, negli ultimi giorni, riguardo alla sovrapposizione fra antisemitismo e antisionismo, e all’interpretazione delle manifestazioni contro lo Stato di Israele promosse non già innanzi alle sedi di rappresentanza dello stato ebraico, bensì alle sinagoghe. Riguardo a tale fenomeno, il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, osserva, il Primo luglio, che, dato che spesso le manifestazioni di sostegno a Israele sono organizzate proprio dagli ebrei italiani, e sovente proprio dentro o davanti alle sinagoghe, non ci si dovrebbe quindi stupire del fatto che questi luoghi siano scelti per manifestare dissenso (in forme più o meno civili) verso Israele, e “non ci si può lamentare di confusioni identitarie se i primi a farle, su scala industriale, siamo noi”.
A tali osservazioni ha obiettato, il giorno successivo, Davide Romano, osservando che gli ebrei, o non ebrei, che difendono lo Stato di Israele non lo rappresentano in nessun modo, ma esprimono semplicemente le proprie idee, per cui l’indirizzare contro di loro manifestazioni di dissenso rappresenta sempre un’inaccettabile confusione tra sfera privata e sfera pubblica, e un attacco non già a uno stato o a una politica, ma a una libera manifestazione di pensiero.
Il 4 luglio Ugo Volli è intervenuto per notare che la sinagoga non è, storicamente, “un luogo privato, ma al contrario il luogo pubblico per eccellenza, la radunanza del nostro popolo”. E, dato che “l’espressione storica principale del popolo ebraico nel nostro tempo è lo Stato di Israele”, “ogni sinagoga… rappresenta oggi anche Israele, quanto e più dell’ambasciata e delle normali strutture diplomatiche”. E le manifestazioni contro lo stato ebraico, pertanto, innanzi alle sinagoghe, “sono sbagliate in tutto, salvo che nell’indirizzo cui si rivolgono”.
Da ultimo ieri, 6 luglio, Tobia Zevi, ricordando che, “con tutto il nostro amore per Israele noi siamo italiani, parte di questa società e del suo futuro”, ha invitato a non considerare automaticamente antisemita chiunque manifesti contro Israele, ma soltanto chi ne neghi esplicitamente il diritto all’esistenza, e a esprimere la solidarietà a Israele “senza però rinunciare a un’identità formata da tanti altri fattori: essere ebrei, italiani, di una certa idea politica ecc…”.
Mi vengono da avanzare, al riguardo, tre osservazioni:
Le manifestazioni innanzi alle sinagoghe (così come le scritte ingiuriose, le aggressioni, gli attentati ecc.) si ripetono sistematicamente in molti Paesi e, per lo più, indipendentemente dalle specifiche politiche messe in atto dai vari governi israeliani, e basterebbe ciò a dimostrarne la natura squisitamente antisemita. Non dovrebbe certo stupire che gli ebrei della diaspora vengano bersagliati col pretesto di qualcosa fatto da Israele, dopo che per quasi duemila anni gli ebrei di tutto il mondo hanno dovuto pagare per avere, tutti insieme, “ucciso Gesù”.
Anche le manifestazioni davanti alle Ambasciate di Israele hanno una natura particolare, rispetto a quelle presso rappresentanze diplomatiche di altri Paesi, in quanto, oltre a essere di gran lunga più numerose e ostili, mischiano sempre l’eventuale contestazione di qualche mossa politica del governo israeliano con una generale e assoluta delegittimazione dell’intero stato ebraico, nei confronti del quale non viene mai effettuato nessun distinguo. Alla grande adunata di protesta promossa, il 3 novembre 2005, innanzi all’Ambasciata di Teheran, contro le invocazioni di Ahmadinejad alla distruzione di Israele, per esempio, furono invece issate sul palco la bandiera israeliana e quella iraniana, una affianco all’altra, proprio per chiarire che la manifestazione era anche a sostegno del popolo o dello stato persiano, ed esclusivamente contro le scelte del suo governo. Davanti alle Ambasciate di Israele non si è mai visto qualcosa del genere, e le bandiere israeliane vengono bruciate e oltraggiate. Non è tanto importante, a mio avviso, la questione del ‘dove’ si manifesta, ma in che modo, per dire cosa.
Non credo che gli ebrei, nel difendere Israele nelle sinagoghe, facciano “confusioni identitarie”. Certamente il sentimento di solidarietà e di partecipazione nei confronti di Israele è molto profondo e diffuso tra gli ebrei italiani, ma ci sono anche coloro che sentono di meno questo legame, e che magari non gradiscono essere automaticamente identificati come supporter di Israele. Ma se anche costoro, nel recarsi in sinagoga, rischiano di essere fatti bersaglio di parole o di atti ostili, ciò non rappresenta affatto uno “scambio di persone”, e non dipende certamente dal fatto che ci siano manifestazioni di solidarietà verso Israele da parte di ebrei, in quanto l’antisemitismo non è mai andato troppo per il sottile nel distinguere tra ebrei ‘buoni’ e ‘cattivi’ (e spesso neanche tra ebrei vivi e morti: consideriamo che, sempre con la scusa di Israele, vengono perfino profanate le tombe). Che Israele sia, oggi, il principale catalizzatore dell’antisemitismo, è un semplice dato di fatto, che fa sì che la difesa dello stato ebraico diventi, non per scelta, la principale frontiera della lotta contro l’antisemitismo.
Francesco Lucrezi, storico