Quali rabbini, quale futuro – Dialogo sereno, intenti costruttivi

Non ho le stesse sensazioni dell’amico Consigliere Valerio Di Porto il quale, riferendosi all’assemblea annuale dei delegati Ucei tenutasi in aprile, ha rilevato a suo parere un ampio appoggio alla richiesta di inserire, in un’eventuale revisione dello Statuto, la previsione per l’Assemblea Rabbinica di “definire le linee guida per i percorsi di conversione all’ebraismo” e anche la richiesta di un Bet Din unico. Peraltro quella era una riunione senza espressioni di voto e nemmeno totalmente rappresentativa, causa assenze, del’assise dei delegati che, ed era già nell’aria allora, andrà rinnovata in vista del prossimo Congresso. Chi interveniva, poi, lo faceva sui punti di suo interesse e non vedo quindi come si possano trarre classifiche di gradimento da una simile riunione. Ma anche vi fosse questa maggioranza, è giustificabile che in nome di essa si compia un non senso quale sarebbe il prevedere in uno Statuto, ovvero la summa delle comuni regole di vita delle Comunità e dell’Unione, una previsione che semmai si addice ad un mero mansionario? Lo stesso Valerio ci dice poi che “è facile replicare che sono già nello Shulchan Aruch”, le suddette linee guida: essendo ciò banale e quindi vero, di cosa stiamo allora parlando? A cosa si riconduce questa pressante, per alcuni, esigenza di scrivere inutilmente l’ovvio per giunta solo per una questione, appunto le conversioni perché ad esempio di menzionare la kasherut nello Statuto pare non interessi proprio alla Commissione, della quale già dibattevano peraltro i nostri trisnonni senza nemmeno essere i primi a farlo? Su quanti altri argomenti potremmo allora invocare, nello Statuto, altrettante linee guida? E dinanzi a un eventuale risultato che ci vedesse tutti entusiasticamente consenzienti, faremo un nuovo congresso, magari straordinario, per togliere dallo Statuto quanto a quel punto sarebbe da archiviare definitivamente?! Devo anche esprimere, aderendo allo spirito di un dialogo sereno, ma franco, teso ad intenti costruttivi, che l’accostamento nella legittima espressione di un pensiero personale del ruolo di Presidente della Commissione per la riforma dello Statuto dell’ebraismo italiano riaccende in me delle perplessità circa il prezioso operato della Commissione stessa che, così leggendosi le cose, mi pare abbia assunto un ruolo politico e di indirizzo che mi sento di dire non esserle mai stato conferito (non a caso,giustamente a mio parere,il Consiglio non ha indicato direttrici di marcia alla Commissione, invitandola a compiere un ruolo di raccolta ed alta sintesi delle varie proposte). Non rimanendo comunque tanto tempo prima del congresso credo che sarebbe utile a tutti porre chiaramente sul tavolo la questione ovvero,a mio parere, il voler incidere sulle modalità di questo percorso ed indirizzarle come meglio ritenuto. Una conversione non può però essere ridotta ad un iter burocraticamente steso su carta, attenendo nelle modalità di sviluppo e nei tempi alla peculiarità di ogni singolo “candidato”: uno “sportello unico ” e magari “facilitato” delle conversioni sarebbe peraltro anche offensivo per quanti, mettendosi in gioco profondamente e personalmente, si addentrano in questo complesso e delicato cammino. Come in campo civile anche nei Tribunali rabbinici è certamente possibile individuare sentenze che ci paiono discutibili, ancor più se riferite a fattispecie assimilabili (ma quante volte è possibile affermare che un caso è assimilabile ad un altro,specialmente nel campo delle conversioni?!): capisco quindi un’azione che cerchi di pretendere chiarezza ed un vaglio delle contraddizioni che le dirima. Ma questo possono farlo, sulla base della legge che non è lo Statuto dell’Ucei, superiori organi giudicanti che trovo giusto, anzi doveroso, chiamare in causa: non lo si può certamente fare su base “politica” invadendo una diversa sfera. Anche questa è questione di laicità, una volta tanto applicata in casa nostra.

Gadi Polacco, Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane