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Spinoza e la libertà di stampa

Le pagine con cui si conclude il Trattato teologico-politico sono dedicate alla libertà di espressione e di stampa. Nel 1665 Baruch Spinoza iniziò a scrivere la sua grande opera che fu pubblicata a Amsterdam nel 1670. Facendo tesoro della tradizione ebraica riuscì a delineare un modello di convivenza politica ed etica che ha ispirato la migliore modernità.
Il capitolo conclusivo del Trattato ha un lungo ma efficace titolo: «Si mostra che in un libero Stato a chiunque è lecito pensare ciò che vuole e dire ciò che pensa». La tesi di Spinoza è che «ci sono tante differenze di teste quante di palati». Se fosse facile comandare sia gli animi sia le lingue, allora regnerebbe la sicurezza, ma «ciascuno vivrebbe secondo il volere di coloro che comandano». Così verrebbe però usurpato un diritto inalienabile, un «diritto a cui nessuno, anche se volesse potrebbe rinunciare». Che ne sarebbe della democrazia dove tutti hanno pattuito di agire in comune, ma non di giudicare e ragionare allo stesso modo?
Dato che nessuno può rinunciare a questo diritto, su cui si fonda la libertà, «segue» che avrà un «esito infelice» qualunque tentativo di limitare la libertà di opinione e di stampa. Perciò per Spinoza è «violentissimo quello Stato in cui si nega la libertà di dire». E oltre a essere violento diventa anche «instabile». Le leggi contro la libertà di dire, di scrivere, di stampare, non solo sono «inutili». Hanno un difetto ancora più grave: sono fatte non contro i malvagi, ma contro coloro che sono liberi e leali. Chi si opporrà a qualsiasi decreto che voglia limitare o togliere la libertà di parola? Risponde Spinoza: «Non gli avari, gli adulatori e gli altri di animo debole, la cui massima soddisfazione consiste nel contemplare il denaro che hanno in cassaforte e nell’avere la pancia piena, ma coloro che la buona educazione, l’integrità dei costumi e la virtù hanno reso più liberi».

Donatella Di Cesare, filosofa