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Francesco Cossiga (1928-2010) Il ricordo degli ebrei italiani. E un nodo da sciogliere

Molti gli attestati di stima e di partecipazione al dolore provenienti dal mondo ebraico per la morte del senatore a vita ed ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Stamane alla Camera ardente erano attesi fra gli altri il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna e il rabbino capo di Roma Riccardo di Segni,.
Lo stesso Rav Di Segni, ricordando la figura di Cossiga ha voluto raccontare un aneddoto curioso: “Quando stavo per essere nominato rabbino capo Cossiga mi chiamò al telefono. Con il suo inconfondibile accento mi consigliò di accettare l’incarico ma di non abbandonare la professione di medico. È un consiglio che ho seguito”.
Il Rav ha anche sottolineato la grande disponibilità data da Cossiga negli ultimi anni, le sue frequenti telefonate nel corso delle quali “testimoniava il suo dissenso e la sua solidarietà su fatti di antisemitismo, ma anche su dichiarazioni di esponenti politici riguardo Israele e le questioni mediorientali E qualche volta anche quando erano dichiarazioni di istituzioni e uomini della Chiesa. Ci teneva a farmelo sapere”.
Attestati di stima anche da Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, che di Cossiga ricorda “l’amicizia e la grande vicinanza agli ebrei, alla cultura ebraica e allo stato di Israele di cui era un profondo conoscitore”. Gattegna ribadisce la partecipazione personale al dolore dei familiari. “In diverse occasioni di incontro – spiega il presidente UCEI – abbiamo potuto apprezzare quanto fossero profondi e radicati in tutto il nucleo familiare i principi costituzionali di libertà, di democrazia e di categorico rifiuto di ogni forma di discriminazione”.
Riccardo Pacifici, Presidente della Comunità ebraica di Roma, dopo aver ripercorso il legame costruito da Cossiga in ogni fase della sua vita politica con i leader ebraici italiani (“era un uomo prossimo al mondo ebraico non solo per scelta politica ma anche come uomo di fede”), mette l’accento su un nodo sanguinoso ancora da sciogliere: “Cossiga ci lascia dopo aver rivelato una vicenda per noi molto importante quanto dolorosa. Quella che legava il terrorismo palestinese dell’Olp allo stato italiano negli anni Settanta e Ottanta, il cosiddetto lodo Moro, ovvero l’immunità goduta dall’Olp in Italia in cambio del mancato ricorso ad azioni terroristiche sul suolo nazionale. Vicenda che, come la storia ci insegna, non trovò applicazione da parte della stessa Olp in Europa e in Italia, dove ci furono gli attentati al Caffè de Paris, all’aeroporto di Fiumicino, alla nave Achille Lauro e soprattutto alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982 con l’uccisione del piccolo Stefano Tache”. Per questo motivo, conclude Pacifici, “auspichiamo che i complici di allora diano risposte alle rivelazioni dell’amico Francesco Cossiga”.
Verità scottanti che erano emerse solo nell’ottobre del 2008, nel corso di un’intervista esclusiva rilasciata da Cossiga al giornalista Menachem Gantz del quotidiano israeliano Yediot Aharonot. In quella circostanza Cossiga aveva spiegato che in cambio di una mano libera in Italia, “i palestinesi avevano assicurato la sicurezza del nostro Stato e l’immunità di obiettivi italiani al di fuori del Paese da attentati terroristici, fin tanto che tali obiettivi non collaborassero con il sionismo e con lo Stato d’Israele”. “Per evitare problemi – si legge nell’intervista – l’Italia assumeva una linea di condotta che le permetteva di non essere disturbata o infastidita. Poiché gli arabi erano in grado di disturbare l’Italia più degli americani, l’Italia si arrese ai primi”.
Poi un’altra dichiarazione choc del Picconatore: “Posso dire con certezza che anche oggi esiste una simile politica. L’Italia ha un accordo con Hezbollah per cui le forze UNIFIL chiudono un occhio sul processo di riarmamento, purché non siano compiuti attentati contro gli uomini del suo contingente”. Cossiga viene a conoscenza di questi intricati legami con il terrorismo palestinese quando è nominato ministro dell’Interno nel 1976. “Già allora mi fecero sapere – afferma spalancando un cassetto fino ad allora sigillato – che gli uomini dell’OLP tenevano armi nei propri appartamenti ed erano protetti da immunità diplomatica. Mi dissero di non preoccuparmi, ma io riuscii a convincerli a rinunciare all’artiglieria pesante e ad accontentarsi di armi leggere”. Qualche anno più tardi, quando Cossiga diventa presidente del Consiglio, l’accordo tra Stato e terroristi emerge con maggiore chiarezza: “Durante il mio mandato una pattuglia della polizia aveva fermato un camion nei pressi di Orte per un consueto controllo. I poliziotti rimasero sbigottiti nel trovare un missile terra-aria, che aveva raggiunto il territorio italiano per mare”. Nel giro di alcuni giorni una sua fonte personale all’interno del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare), che­ lui chiama “gola profonda”, passa al segretario del governo informazioni in base alle quali il missile andava restituito ai palestinesi. L’input è libanese: “In un telegramma arrivato da Beirut era scritto che, secondo l’accordo, il missile non era destinato ad un attentato in Italia, e a me fu chiesto di restituirlo e liberare gli arrestati”.
Su quella pagina buia e mai veramente approfondita era tornato proprio negli scorsi giorni uno dei commentatori del notiziario quotidiano dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane che scrive coperto dallo psudonimo “Il Tizio della sera”. Il suo pensiero, espresso in terza persona, ci fa ulteriormente riflettere su come il caso Moro sia un capitolo di storia italiana ancora poco conosciuto: “Scopre due anni dopo un’intervista di Cossiga al quotidiano israeliano Yediot Aharonot che esisteva un cosiddetto accordo Moro, dal nome e dalla volontà dello statista ucciso dalle Brigate Rosse, e che secondo tale accordo stipulato negli anni Settanta l’Italia non si sarebbe intromessa negli affari dei palestinesi, come far viaggiare armi di provenienza sovietica sul territorio nazionale, e che in cambio i palestinesi non avrebbero colpito obiettivi italiani; e con la bocca spalancata dallo stupore come un immenso hangar, scopre che gli ebrei italiani, anzi che gli italiani ebrei, risultavano esclusi dall’equazione e che in modo implicito essi avrebbero potuto essere uccisi, come poi in effetti avvenne. Smette di leggere l’intervista perché è finita e scopre di avere finito anche lo stupore e che forse non ne avrà mai più”.

Valerio Mieli – Adam Smulevich