Davar Acher – La scelta di Israele
Alla manifestazione “Per Israele” di giovedì scorso, Alain Elkan ha pronunciato una frase fortemente applaudita dal pubblico che è stata poi ripresa e precisata da Riccardo Pacifici. “Io penso, ha detto più o meno Elkan, che la distinzione fra ebrei e israeliani non abbia senso e che tutti gli ebrei della diaspora dovrebbero considerarsi come israeliani all’estero.” Naturalmente, ha chiarito lo scrittore, ciò non significa che bisogna salire subito tutti in Israele né, come ha ribattuto poi Pacifici, che per questo gli ebrei italiani siano meno italiani o quelli romani meno romani.
Io sono molto d’accordo con questo concetto, che mi è stato inculcato dal mio maestro Haim Baharier, e penso sia importante spiegarne la ragione – come la vedo io, naturalmente. Essere ebrei oggi nella Diaspora significa “scegliere” di essere ebrei. Scegliere di essere ciò che si è già. Questo punto, che per essere davvero se stessi è necessario sceglierlo, riguarda in certa misura ogni essere umano. Siamo uomini davvero non solo per il nostro Dna, ma solo se scegliamo di essere uomini; siamo liberi se scegliamo di essere liberi; professori, medici, cittadini, membri di una comunità, solo se lo scegliamo. Scelta in questo caso non è certo un atto verbale, che può anche non essere formulato mai esplicitamente, ma piuttosto una coerenza di comportamenti, l’assunzione di un modello etico, quella consapevolezza dei propri atti che è condizione fondamentale per poter realizzare la propria condizione.
Questa necessità di scegliersi è particolarmente vera per l’ebraismo, perché esso è condizione esigente. Gli atti in cui la condizione ebraica tradizionalmente si realizza sono difficili e quotidiani: si tratta di mangiare in una certa maniera, di rispettare certi tempi (lo shabbat ecc.) che continuamente richiedono di accettare i propri obblighi e di rendersi consapevoli della propria identità. Le famose cento berakhot quotidiane che un ebreo dovrebbe dire hanno certamente anche questo senso pedagogico. Si tratta di scegliere ogni giorno di non spogliarsi da un’identità non facile e diventare “come tutti”: un problema antico almeno quanto la Torah.
Nella nostra condizione di una Diaspora sostanzialmente tollerante, in cui l’antisemitismo non è certo assente ma è minoritario e ufficialmente condannato, scegliere di essere ebrei è per un verso più facile, perché non implica più i gravissimi rischi e sacrifici cui furono sottoposti i nostri antenati; ma dall’altro più difficile, proprio perché è più facile e non traumatico diventare come gli altri. Non occorre abiurare niente, né convertirsi a nulle, basta dimenticare. Chi mantiene vivo il proprio ebraismo dunque sceglie di farlo.
Bisogna chiedersi dunque come si verifica quel gesto fondamentale che conferma e trasmette l’ebraismo. E’ abbastanza evidente che vi sono diverse modalità. Vi sono quelli che scelgono il loro ebraismo rispettando rigorosamente i precetti religiosi. E’ chiaro però che si tratta di una minoranza, e che questo criterio di (auto)identificazione non è in grado oggi di includere buona parte di coloro che pure ricordano e scelgono il loro ebraismo. Vi è però un altro aspetto per cui questa scelta si realizza e diventa concreta: l’assumersi come membri di un popolo, un’entità collettiva che a sua volta non è (solo) naturale e cioè genetica, ma comporta solidarietà, condivisione e apprezzamento di certi tratti culturale e soprattutto il senso di condividere un destino storico comune, in senso positivo per le realizzazioni cui si partecipa, in senso negativo (e purtroppo molto forte nella nostra storia) per i rischi, le angosce, i lutti che colpiscono tutti coloro che appartengono al nostro popolo.
La fierezza per un grande passato culturale e storico, il cordoglio per la Shoà, la partecipazione più o meno convinta e completa ai riti religiosi rientrano tutti in questa dimensione di condivisione del destino comune. Ma oggi ne fa parte anche e soprattutto la percezione che il destino storico comune si gioca in buona parte di nuovo nella terra dei Patriarchi, la convinzione che ciò che fa lo Stato di Israele e ciò che gli accade riguarda tutti gli ebrei. E dato che Israele costituisce ormai la maggior concentrazione degli ebrei del mondo ed è retto democraticamente, che le determinazioni che vi si prendono non solo coinvolgono ma impegnano tutti quelli che davvero e seriamente scelgono di essere ciò che sono: ebrei. Per questo hanno ragione Elkan e Pacifici e Baharier. Siamo italiani, francesi, americani, cittadini a pieno titolo positivamente impegnati nello stato di cui siamo cittadini convinti e costruttivi; ma per scegliere il nostro ebraismo non possiamo non sentirci anche israeliani all’estero.
Ugo Volli