Qui Firenze – Nuovi elementi sul coraggio di Bartali

È arrivata nelle scorse ore una nuova prova del coraggio di Gino Bartali negli anni del nazifascismo. Una testimonianza probabilmente non decisiva nella procedura che potrebbe a breve insignirlo del titolo di Giusto tra le Nazioni, la massima onorificenza concessa dallo Stato di Israele, perché non proveniente da un sopravvissuto o da un parente di primo grado di un sopravvissuto, ma comunque l’ennesimo significativa prova documentale dell’eroismo dimostrato in quel periodo oscuro della nostra storia dal grande ciclista di Ponte a Ema, che fingendo di allenarsi per le competizioni che sarebbero riprese alla fine delle ostilità, nascondeva nel sellino della bicicletta documenti di identità falsificati da recapitare a centinaia di ebrei nascosti in conventi e abitazioni di Toscana e Umbria. L’ultima prova in ordine di tempo, che segue quelle arrivate negli scorsi mesi da Giulia Donati e dell’avvocato Renzo Ventura, proviene da un 71enne pensionato di Pontassieve, che dopo aver letto sui giornali della mobilitazione per trovare nuove testimonianze in favore di Ginettaccio che ha avuto nuovo slancio con la pubblicazione di un appello sul numero di aprile del mensile Pagine Ebraiche, ha contattato la Comunità ebraica di Firenze che l’ha messo in contatto con la dottoressa Sara Funaro, tra le persone maggiormente coinvolte in questo processo di riscoperta dell’eroismo di Bartali, campione non solo sui pedali ma anche nella vita. Il testimone, che ha consegnato a Sara Funaro e al sottoscritto una documentazione cartacea che prima di essere inviata ai funzionari dello Yad Vashem dovrà essere firmata dal rabbino capo Joseph Levi, afferma che nel biennio 1943/1944 era ospite insieme ai genitori nella casa dove abitava la famiglia di sua nonna a Pomino, piccola frazione del comune di Rufina. “Da sempre – si legge nell’incipit della testimonianza – ho avuto consapevolezza che Gino Bartali aveva svolto attività a favore di persone sfollate presenti nella zona in cui mi trovavo”. E tra queste persone “c’erano degli ebrei”. Continuando nella lettura del documento si scopre che Bartali transitava spesso da Pomino, percorrendo una salita molto dura, anche per un campionissimo come lui, “dodici chilometri di strada non asfaltata, maltenuta, assurda da transitare se non per qualche serio motivo”. In quelle occasioni Bartali si fermava alla pieve di Pomino dove il parroco Don Fanetti raccoglieva e smistava i messaggi che gli venivano consegnati. Difficile che i passaggi a Pomino di un personaggio così noto e amato dal grande pubblico passassero inosservate visto che “la casa dei miei nonni si trovava a non più di trecento metri sull’unica via che porta alla pieve di Pomino e quindi le visite e le soste di Bartali erano facilmente testimoniabili”. Il testimone spiega di non avere ricordi nitidi di quei giorni ma la sensazione che le pedalate di Bartali tra le strade di Pomino non fossero solamente una questione agonistica “sono state in seguito rafforzate quando sono cresciuto ed è rientrato dal fronte mio zio”. Lo zio del testimone, che frequentava l’ambiente ciclistico ed è stato tra l’altro giudice di gara, conosceva Gino e spesso parlava in famiglia “di questo suo contributo in favore di chi si trovava in difficoltà”.
Adam Smulevich