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Domani 8 di Tevet è il giorno in cui fu tradotta per la prima volta la Torah in un’altra lingua. Il re Tolomeo filadelfo, nel secondo secolo a.e.v, ordinò a 72 Maestri ebrei di preparare una traduzione greca della Torah, la famosa traduzione dei Settanta. I 72 Saggi, isolati da Tolomeo, pur non potendo consultarsi tra loro, tradussero la Torah allo stesso modo e apportarono al testo 15 correzioni identiche al fine di evitare interpretazioni devianti, indicandoci così come all’interno della Torah esiste un dominio dell’intraducibile. Se da un lato questa impresa può essere interpretata come esempio di apertura al mondo e di una necessità dell’ebraismo di essere parte dell’Occidente, da un altro lato non bisogna dimenticare che la Torah fu tradotta perché gli ebrei avevano dimenticato la sua lingua e perfino il suo alfabeto. La Torah greca infatti rimpiazzerà molto velocemente quella ebraica segnando la fine del divorzio tra il linguaggio quotidiano e una lingua alla quale non ci si poteva riferire perche quasi più nessuno ne avrebbe avuto accesso. Se quindi la miracolosa traduzione dei Settanta ebbe una sorta di approvazione rabbinica è altrettanto significativa l’affermazione dei Maestri secondo cui “venne buio nel mondo per tre giorni”, alludendo ai prossimii tre giorni funesti del mese di Tevet che culminano nel digiuno del 10, giorno che ricorda significativamente il primo assedio di Yerushalaim e la tragedia della Shoah.

Roberto Della Rocca, rabbino