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saggezza…

Il precetto di raccontare ai propri figli l’uscita dall’Egitto è ripetuto quattro volte nella Torah in termini differenti. I Maestri hanno dedotto da ciò che la Torah si riferisce a quattro tipi di figli per ognuno dei quali è importante usare un linguaggio diverso e consono alla sensibilità di ciascuno. Nel testo della Torah questi quattro approcci si rappresentano attraverso modalità di interazione differenti nei confronti dell’uscita dall’Egitto e dell’ebraismo in generale. E’ curioso che il primo figlio che incontriamo nel testo della Torah sia il malvagio, il quale, nella parashà letta sabato scorso, si presenta come qualcuno che dice qualcosa ai genitori: “…. quando i vostri figli vi diranno… cosa significa per voi questo atto di culto?…” (Esodo, 12; 26). E’ proprio questo il primo figlio con cui dobbiamo rapportarci e fare i conti e non il figlio saggio che comparirà solo più avanti, introdotto invece dall’espressione “…quando domani tuo figlio ti domanderà…che cosa significano queste leggi…..? ” ( Deuteronomio, 6; 20). Il saggio nel testo della Torah è l’ultimo dei quattro figli e non il primo come nell’ordine dell’Haggadah di Pesakh. La sua saggezza non è commisurata alla sua sapienza ma, piuttosto, alla sua capacità di porsi in modo interrogativo e in un tempo futuro, domani. Uno sguardo, non limitato al solo istante. La differenza tra il saggio e il malvagio consiste nel fatto che il malvagio dice e afferma, in modo assertivo e apodittico ciò che sa, un saggio, viceversa, sa cio che dice e soprattutto sa riconoscere di non sapere mai abbastanza. In un mondo che fatica a trovare risposte c’è chi continua a porre domande!

Roberto Della Rocca, rabbino