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La colpa tedesca dopo la Shoah. Un libro di Fackenheim

Con sconcerto e amarezza, ma anche con ferma condanna, Emil Fackenheim parla della «infondata giudeo-fobia», che non è venuta meno neppure dopo Auschwitz, e si sofferma sulla «de-giudeizzazione della Germania» che i tedeschi, ma in fondo anche gli europei, vivono oggi come se si trattasse di un fenomeno ovvio. Il libro, da poco uscito presso la Giuntina, si intitola significativamente «Un epitaffio per l’ebraismo tedesco. Da Halle a Gerusalemme». Il filosofo, scomparso nel 2003, ripercorre le tappe della sua vita: l’infanzia e l’adolescenza a Halle, gli studi a Berlino, l’internamento a Sachsenhausen, gli anni in Canada in cui fu rabbino e professore di filosofia, e infine, nel 1986, l’aliyah a Gerusalemme.
Celebre per la sua riflessione sulla Shoah, in questo libro autobiografico, che giunge fino agli eventi del 2002, Fackenheim dedica pagine molto dure al presente. Non solo all’antisemitismo che – sostiene – sembra rimasto immutato (anzi l’Europa «odia gli ebrei perché è stufa di sentire parlare di Auschwitz»). Mentre in Germania le tracce dell’ebraismo sono state completamente cancellate, e pochi sembrano curarsene, la mira è ora puntata sullo Stato di Israele, paragonabile per il filosofo ad un «sopravvissuto» che, con la sua sola esistenza, ripara e redime.
Ma Fackenheim muove anche precise accuse alla chiesa. Che cosa sarebbe accaduto – si chiede – se «centinaia, anzi migliaia di cristiani […] avessero pregato dinanzi alle sinagoghe distrutte dalle fiamme? Il regime nazista sarebbe crollato?». L’antisemitismo, «che da una parte è stato condannato dalla chiesa, riappare dall’altra mascherato da antisionismo». Ed a questo proposito sottolinea che in questione, dopo Auschwitz, non è la teologia ebraica, ma piuttosto la teologia cristiana. Perché se il «falegname di Nazareth» fosse stato vivo allora, sarebbe stato gasato insieme agli altri ebrei. «Cosa possono fare i cristiani nella religione dell’amore per mettere la parola fine alla terribile tradizione dell’odio verso gli ebrei?». E prosegue: «a meno che i cristiani non rinuncino alla fede cristiana, l’Olocausto richiede una teologia cristiana dopo la Shoah».

Donatella Di Cesare, filosofa