Storia e Memoria

La celebrazione del Giorno della Memoria, anno dopo anno, si arricchisce di ulteriori significati, solleva nuovi problemi, interroga e tocca le coscienze in modi sempre diversi. Un cambiamento continuo, anche profondo, determinato dal mutare delle scale di valori, delle esigenze educative, della percezione del passato, dei meccanismi di selezione della memoria, del tipo di funzione ad essa attribuita per la costruzione di un’identità, di una possibile coscienza comune. Come sempre avviene, quando viene elaborata, trasmessa e custodita una memoria, la ricostruzione, la rappresentazione di ciò che è stato – con il fatale venir meno dei testimoni diretti e il progressivo dileguarsi della tradizione orale – tende gradualmente a sostituirsi agli eventi, a prendere il loro posto, diventando essa stessa “fatto”, “evento”. L’“historia rerum gestarum” diventa “res gestae”: i libri, le cronache, i quadri, i romanzi sulle guerre napoleoniche “sono” ormai, per noi, le guerre napoleoniche, delle quali, fuori di essi, nulla resta, nulla esiste.
Ma, com’è evidente, la commemorazione della Shoah è chiamata ad assolvere una funzione tutta peculiare, plurima, prismatica, che va ben al di là della mera ricostruzione storiografica: celebrazione collettiva del più atroce lutto di massa della storia, ammonimento sulle potenzialità ferine e distruttive dell’uomo, pietra miliare della coscienza per qualsiasi ipotesi di edificazione di una civiltà umana che non voglia precipitare, ancora una volta, nelle tenebre.
In quali modi tale peculiare funzione possa essere utilmente esplicata, evitando i rischi di stanca assuefazione, banalizzazione, svuotamento di significato, è questione aperta: “bisogna tutelare – si chiede Ugo Voli, su Pagine Ebraiche di gennaio – il carattere specificamente ebraico di questa giornata, o allargarla invece agli altri gruppi che furono trucidati dalla barbarie nazista, resistenti politici e zingari e omosessuali e malati di mente e portatori di handicap? O bisogna addirittura cercare di ricordare assieme tutte le stragi del secolo scorso o perfino di tutta la storia?”. Non è facile, e forse neppure opportuno, dare risposta a siffatte domande. Il ricordo della Shoah non dovrà mai perdere la sua specificità, legata alla peculiarità della quasi bimillenaria incubazione dello sterminio; né potrà mai rinunciare al suo messaggio di monito universale, a tutti gli uomini, per tutte le forme di annichilimento e distruzione dell’uomo, di qualsiasi uomo.
Che ciascuna iniziativa di commemorazione, a seconda delle circostanze e delle diverse sensibilità degli organizzatori, lasci “parlare” la memoria con lo spirito e il linguaggio che si ritengono più appropriati e opportuni, più adatti a rendere viva, attuale, presente la lezione del passato. Ma si mantenga sempre ben alta la guardia contro il rischio di inquinamenti, di strumentalizzazioni ambigue e malevoli, presenti, per esempio, nei subdoli tentativi di usare gli ebrei di ieri contro quelli di oggi, riservando una finta compassione ai primi per potere di nuovo colpire, in qualche modo, i secondi. Se non si può dire cosa il Giorno della Memoria debba essere, si vigili, almeno, affinché essa non venga trasformata – come, talvolta, si è già cercato di fare – nel suo contrario.

Francesco Lucrezi, storico