Lezioni a una Preside

Fra le molte forme di “diversità” in relazione alle quali le maggioranze elaborano atteggiamenti di ansia e di avversione, di pregiudizio e di intolleranza, l’handicap fisico e mentale occupa una posizione particolare, complessa e sfuggente. Probabilmente, io credo, a causa di due o tre ragioni di fondo. A differenza di altre identità ascritte (e talvolta immaginate) l’handicap fisico e mentale comporta una condizione di minorità “reale” rispetto agli standard dei normodotati, sia pure – spesso – in termini e in misura diversa da quello che questi ultimi si rappresentano. Ma, a parte questo, una ragione importante di questa specifica capacità ansiogena dell’handicap sta nel fatto che il confine che lo delimita è precario, provvisorio, sfumato: la diversità dell’handicap è, in qualche misura, sempre possibile e incombente, perfino difficile da definire. Non è possibile riservarsi rispetto a esso un “noi” definitivamente immune, una zona franca, un altrove assolutamente sicuro dove collocare se stessi, come accade invece – nella realtà o nella rappresentazione ideologica – per molte altre forme di diversità e di pregiudizio. E, soprattutto, si tratta di una diversità percepita come irreversibile. A coloro che esibiscono “diversità” di altro genere, etniche o culturali, si può rivolgere la richiesta pressante di integrazione, come contropartita di una promessa di accoglienza: “diventa come noi – suona semplificato il ragionamento – e (a certe condizioni ed in certa misura) potrai essere trattato come uno di noi”. Il fatto che anche in quel caso l’accoglienza rimanga spesso una promessa non mantenuta, una finzione ideologica, non riduce il valore dell’argomento come alibi giustificatorio ed auto-assolutorio.
Questo tipo di razionalizzazione ha una funzione centrale nel processo di formazione e di stabilizzazione del pregiudizio. Essa infatti permette di scaricare la colpa dell’intolleranza sulla vittima, “colpevole” di rimanere quello che è, rifiutandosi di “cambiare” e di “integrarsi” (o di “non farlo fino in fondo”), consentendo in questo modo l’autoassoluzione del portatore di pregiudizio. Nel caso dell’handicap una rappresentazione di questo tipo non può ovviamente funzionare con la stessa efficacia, dal momento che l’handicap non costituisce una linea di demarcazione superabile “volontariamente”, neanche nella logica stravolta della costruzione fantastica. Il meccanismo di colpevolizzazione della vittima e della conseguente assoluzione del portatore di pregiudizio si inceppa a questo punto e produce ansia ulteriore.
E che la percezione “quotidiana” dell’handicap fisico e mentale sia intessuta di ansia non sembra esservi dubbio. Lo dimostra fra l’altro una indagine recente (“La disabilità oltre l’invisibilità istituzionale”, ottobre 2010) sulla percezione sociale delle disabilità, curata dal Censis e dalla Fondazione Serono. Se il dato generale è che “la disabilità rimane ancora per moltissimi aspetti un modo poco conosciuto”, paura, disagio e difficoltà relazionali risultano costituire una dimensione importante dell’atteggiamento delle persone “normali” nei confronti di questo mondo. In particolare rispetto alla sindrome di Down molti luoghi comuni sono duri a morire. E le dimostrazioni di cronaca non mancano certo, dal filmato sul tiro al bersaglio sul ragazzo Down apparso su Facebook nel febbraio dell’anno scorso, all’esclusione dei ragazzi Down dal parco di Gardaland qualche mese fa.
Sarà forse per il persistere di simili luoghi comuni che la Preside (la Preside!) di una scuola media di Catanzaro ha deciso nei giorni scorsi che un alunno affetto dalla sindrome di Down non dovesse partecipare all’annuale gita scolastica. Non solo: che i compagni non dovessero neppure fargli sapere le date previste, perché in caso contrario tutte le uscite sarebbero state annullate. Ci aveva già provato qualche tempo prima la stessa Preside, nel caso di un’altra uscita, a dispetto delle norme ministeriali che stabiliscono espressamente che “le gite scolastiche rappresentano un’opportunità fondamentale per la promozione dello sviluppo relazionale e formativo di ciascun alunno e per l’attuazione del processo di integrazione scolastica dello studente diversamente abile”. In quel caso era intervenuta la madre del ragazzo, pretendendo il rispetto della legge. Questa volta sono stati i compagni di classe a rifiutarsi di partecipare se il loro compagno fosse stato escluso. Chissà se la signora Preside ha capito le lezioni?

Enzo Campelli, sociologo