Il grande ritorno degli ebrei di Maiorca

Oltre quattrocento anni fa l’Inquisizione spagnola li costrinse alla conversione. Oggi i ventimila chuetas di Maiorca, ovvero i discendenti delle famiglie ebraiche dell’isola, riabbracciano la religione dei padri. Una Corte rabbinica israeliana ha infatti ufficialmente riconosciuto i chuetas (o xuetas in catalano) come ebrei. “Una decisione significativa – ha commentato Bernat Aguiló Siquier, discendente di una delle 15 famiglie maiorchine di judios conversos – un atto di giustizia, oltre che il riconoscimento di un fatto”.
Dopo mesi di sopraluoghi, analisi di carteggi e verifiche di alberi genealogici, il Beth Din, guidato da rav Nissim Karelitz, ha dichiarato che, a causa dei matrimoni interni fra chuetas, tutti coloro che sono legati alle generazioni precedenti sono da considerare ebrei.
Una storia atipica quella degli ebrei maiorchini, diversa dai marrani di Spagna e dal destino dei sefarditi della penisola iberica. Di fatto isolati dal mondo, i chuetas (l’etimologia di questo appellativo è ancora dibattuta, si parla di una semplice derivazione dal catalano oppure di un espressione denigratoria legata alla carne di maiale) hanno formato lungo i secoli una comunità indipendente, emarginata quando non apertamente perseguitata dalle istituzione della Chiesa cattolica. Una discriminazione tanto profonda da giungere fino ai giorni nostri: in un sondaggio del 2001, promosso tra i maiorchini dall’Università delle Isole Baleari, il 30% degli intervistati sosteneva di non volersi sposare con un chueta e il cinque per cento di non volerne l’amicizia.
I chuetas, in ogni caso, costituiscono una vicenda unica al mondo. L’emarginazione sociale subita a partire dalla fine del XVII secolo (il governo regionale delle Baleari in maggio ha realizzato una cerimonia ufficiale in memoria dei 37 ebrei uccisi nel 1691 dall’Inquisizione, condannando pubblicamente la discriminazione subita lungo i secoli dalla comunità chuetas), ha portato alla costituzione di una realtà autonoma e praticamente impermeabile al mondo esterno, con lo sviluppo di una forte identità e coesione di gruppo, rafforzata dall’obbligata endogamia. Quindici sono le famiglie che si riconoscono in questa peculiare comunità e corrispondono ai seguenti cognomi: Aguiló, Bonnín, Cortès, Forteza, Fuster, Martí, Miró, Picó, Pinya, Pomar, Segura, Valls, Valentí, Valleriola e Tarongí.
“Ora i chuetas non dovranno più vivere in due mondi”, ha affermato al New York Times Michael Freund, fondatore di Shavei Israel, organizzazione no profit israeliana attiva nella ricerca degli ebrei perduti e da anni impegnata per il riconoscimento dei judios maiorchini. “Siamo riusciti ad aprire loro la porta in modo che potessero tornare a casa” ha spiegato Freund (nell’immagine un momento della cerimonia che si è svolta in memoria degli ebrei uccisi dall’Inquisizione spagnola del 1691).
Sempre al New York Times, Bernat Aguilò ha auspicato che lo Stato di Israele prenda ora in considerazione la possibilità di riconoscere la cittadinanza ai “nuovi” ebrei di Maiorca. Per ora però, più realisticamente, si parla dell’invio di alcuni rabbini sull’isola, in modo da permettere a eventuali interessanti di imparare e recuperare le tradizioni ebraiche perdute.

Daniel Reichel